Rapporto SVIMEZ 2017: segnali positivi per il Mezzogiorno

Analisi del Rapporto SVIMEZ 2017 

Rapporto SVIMEZ 2017

–Marco Maniaci

Il Rapporto SVIMEZ 2017 evidenzia la ripresa dell’economia meridionale, che già aveva mostrato segni positivi nel 2015 e nel 2016. L’incipit del Rapporto parla di un Mezzogiorno che “è uscito dalla lunga recessione”.

Nel biennio 2015-2016 le regioni del Sud hanno registrato valori di crescita superiori alla media nazionale, ottenendo così il consolidamento di un trend positivo. I dati indicano che per il secondo anno consecutivo le regioni del Sud della Penisola crescono più di quelle del Centro-Nord. Nel 2016 infatti, il PIL del Meridione è cresciuto dell’1% e l’anno precedente dell’1,1%. La differenza con la media nazionale è stata di 0,2 punti (la crescita rilevata nel resto d’Italia è stata dello 0,8%), la metà rispetto al 2015 quando il divario era di 0,4 punti percentuali.

Tale tendenza trova riscontro anche nei dati relativi al 2017. Il Mezzogiorno viaggerebbe allo stesso ritmo della media nazionale, riscontrando un aumento del PIL dell’1,3% a fronte del 1,5% della crescita dell’Italia. Vengono considerati come determinanti a questo proposito diversi fattori. Il persistere di uno scenario di crisi nel Mediterraneo avrebbe portato un aumento del valore aggiunto nel settore dei servizi turistici e nel trasporto. Determinante sarebbe anche la ricaduta di cicli della programmazione comunitaria. Fra i fattori positivi, il Rapporto include i due “decreti Mezzogiorno” che sono stati approvati dal governo negli ultimi mesi.

Inversione di rotta

Dopo i bui anni della recessione economica, il Sud finalmente ha invertito la rotta. A dimostrazione di ciò c’è da sottolineare che la regione in Italia che ha registrato il più alto indice di sviluppo è stata la Campania, con una crescita del PIL pari al 2,4%. In essa, secondo il Report, un’importante ruolo è stato svolto dall’industria che ha beneficiato dei Contratti di Sviluppo. Considerevole è stato, come in tutta la Penisola, il grande sviluppo del settore terziario, trainato dai dati eccezionali del settore turistico.

Il Rapporto SVIMEZ sottolinea che nel biennio 2015-2016 la partecipazione delle regioni del Sud alla crescita del PIL dell’intera penisola è stata pari circa a un terzo. Ciò è stato possibile anche grazie all’andamento dell’offerta e della domanda. L’offerta ha risentito della ripresa della manifattura e dell’edilizia, con l’aggiunta delle ottime performance del turismo e dei trasporti, come poco sopra menzionato. La domanda invece, ha avuto un aumento di circa 1% per quanto riguarda le esportazioni, a fronte di un calo del 2,5% delle importazioni nette. Senza dimenticare che i dati parlano di un notevole aumento dei consumi privati, circa l’1,2%, che ha portato gli imprenditori ad avere migliori aspettative, contribuendo all’aumento della domanda di beni d’investimento nel settore privato, in concomitanza con il basso livello dei tassi d’interesse.

Consumi inferiori al Sud

I consumi delle famiglie nel Meridione risultano comunque inferiori a quelle del Centro-Nord e ciò, secondo il Rapporto, potrebbe essere causato dal bisogno di ricostituire le scorte monetarie esaurite negli anni precedenti, quando la crisi era più forte, o dalla non completa fiducia sull’uscita dalla stessa. Nonostante ci sia stato, come osservato, un aumento della spesa privata, questo non può essere paragonato allo stesso risultato delle regioni Settentrionali.

L’attenzione nei consumi delle famiglie meridionali trova riscontro nella caduta dei redditi e dell’occupazione, oltre che nello scivolamento di ampi strati della popolazione nelle maglie della povertà, dovuta alla più grave crisi che si sia mai registrata dai tempi della “Grande Depressione” degli anni ’30 del secolo scorso. A ciò non va sottratto il protrarsi di politiche economiche di contrazione della spesa pubblica, diminuita nel corso degli anni di recessione di circa il 6,7% nel Sud. Inoltre, la ridefinizione della qualità dell’occupazione, sebbene essa sia in aumento nell’ultimo biennio, non ha favorito la creazione di quote di reddito sufficienti e sicure per poter incidere sensibilmente sui consumi privati.

Occupazione “irregolare” in incremento al Sud

Ciò detto, va comunque segnalato l’incremento occupazionale nel Mezzogiorno. I numeri evidenziati dal Rapporto SVIMEZ parlano di un aumento degli occupati nel Sud nel 2016 di circa 101mila unità, corrispondenti ad un +1,7%, a fronte di un aumento nel Centro-Nord dell’1,2% con una crescita complessiva di 192mila unità. Se con queste cifre le regioni settentrionali tornano ai livelli occupazionali precedenti la crisi, altrettanto non si può dire delle regioni meridionali che restano sotto di 380mila unità lavorative rispetto al livello del 2008, seppur tornando sopra la soglia dei 6 milioni di occupati.

Risulta interessante la distribuzione settoriale dell’occupazione nel Meridione, dove torna a crescere il lavoro nell’industria con un incremento del 2,4%. Molto positivo risulta anche il comparto agricolo, con un aumento degli occupati del 5,5%, mentre nel terziario si mantiene un andamento positivo sulla linea del 2015. A far la voce grossa in questo settore è il comparto turistico dove si registra un incremento del 4,5% degli occupati, risultati dovuti alla congiuntura geopolitica dell’area mediterranea, come già detto.

Le politiche a favore dell’occupazione seguite dai governi in carica nell’ultima legislatura, con la decontribuzione del costo del lavoro, hanno favorevolmente incentivato all’assunzione di lavoratori a tempo indeterminato anche nel Sud-Italia. Il Rapporto SVIMEZ però, sottolinea il forte peso dello strumento del part-time sulla crescita dell’occupazione. Tale dipendenza si denota dal rilevante incremento dei lavoratori “parzialmente standard”, circa l’8,8%, rispetto a quelli a tempo pieno aumentati solo dell’1,3%. L’incidenza del lavoro a tempo parziale risulta essere preponderante nel meridione, con una notevole crescita del cosiddetto “part-time involontario” dell’1,9%. Si evidenzia che l’intera dinamica del part-time è da ritenersi ascrivibile a quello “involontario”, con l’accettazione di contratti ad orario ridotto pur di trovare una occupazione nel momento in cui la crisi era più virulenta o anche nel periodo di ripresa.

Erosione del reddito al Sud

Questo chiaramente comporta una ulteriore erosione del reddito delle famiglie, con il relativo abbassamento dei consumi. Secondo i dati elaborati dal Rapporto inoltre, l’aumento dell’occupazione non ha inciso sul fenomeno della povertà. I livelli sono rimasti invariati rispetto ai valori aggiunti al culmine della crisi economica. L’attuale crescita dell’occupazione non è qualitativamente tale da incidere sulla povertà o da dare un slancio concreto alla domanda interna. L’aumento del numero dei lavoratori a bassa retribuzione, tipologia in forte crescita durante gli anni della crisi, caratterizza i dati sull’occupazione al Sud. Queso è stato causato anche dalla riduzione delle ore di lavoro e dalla diffusione di rapporti contrattuali flessibili.

Ridimensionamento della Pubblica Amministrazione al Sud

Il Rapporto SVIMEZ evidenzia il dualismo che ancora esiste tra le regioni settentrionali e quelle meridionali nella qualità dei servizi pubblici. Una Pubblica Amministrazione (P.A.) efficiente, efficace e trasparente, diventa fondamentale per indirizzare su basi solide la ripresa economica. La SVIMEZ evidenzia il forte ridimensionamento della P.A. nelle regioni meridionali, sia in termini di risorse umane sia come risorse finanziarie, accentuando enormemente il divario tra le due aree del Paese. In prima istanza, viene rilevato la forte riduzione di dipendenti pubblici, che tra il 2011 e il 2015 sono calati di 21.500 unità. Le regioni settentrionali stanno vivendo un processo inverso facendo cadere il luogo comune di un Sud parassitario e pieno di dipendenti pubblici.

Anche la distribuzione delle risorse finanziarie ribaltano le antiche “argomentazioni”. Nel Meridione la dotazione di risorse finanziarie, secondo il Rapporto 2017, è più bassa che nel resto del paese, in termini di spesa pro capite. Fino al 2015 la differenza con le regioni del Centro-Nord era di circa il 29%, cioè un divario in valori assoluti di circa 3700 euro per abitante.

Residuo fiscale

Il Rapporto SVIMEZ di quest’anno rileva la forte interdipendenza che esiste tra il Nord e il Sud. I Referendum consultivi “autonomisti”, tenuti ad ottobre in Lombardia e Veneto, hanno riportato al centro del dibattito il tema del “residuo fiscale”. Questo si calcola sottraendo quanto riceve un territorio, specialmente in forma di servizi pubblici, da quanto i propri cittadini pagano in tasse. Le stime elaborate evidenziano una condizione beneficiaria del Mezzogiorno nella redistribuzione interregionale, riaccendendo la polemica sulla cronica dipendenza del Meridione rispetto alla macro-area settentrionale. La SVIMEZ sottolinea come il prelievo fiscale è correlato al reddito ed è inevitabilmente più alto nelle regioni più ricche.

La spesa pubblica, invece, dovrebbere tendere ad una più uniforme redistribuzione, in ottemperenaza all’art. 117 del Titolo V della Costituzione. Questo articolo stabilisce per tutti i cittadini, a prescindere dal luogo di residenza, lo stesso livello di servizi pubblici essenziali. Purtroppo, non sempre nelle regioni del Sud viene assicurato il rispetto del dettato costituzionale.

Secondo il Rapporto SVIMEZ, non è dimostrabile che i residui fiscali negativi del Sud siano ascrivibili ad un spreco di risorse sottratte al Nord. Invece, è da notare l’integrazione e l’interdipendenza tra le economie del Nord e del Sud. Infatti, a fronte di flussi finanziari pubblici che vanno dalla macro-area settentrionale a quella meridionale, c’è un rapporto inverso in termini di flussi commerciali. Il Sud è il mercato di sbocco privilegiato della produzione del Nord. Quindi il Report vuole sottolineare che l’afflusso di risorse nelle regioni meridionali dà luogo a effetti economici positivi per l’intero Sistema Paese.

RAPPORTO SVIMEZ CONFERMA la Fuga del capitale umano del Sud

Aldilà del ribaltamento di questi luoghi comuni del Sud, il Mezzogiorno d’Italia continua a soffrire del depauperamento del capitale umano. Questo fattore non solo impedisce di incanalare la ripresa su una strada sicura, ma anche a dare l’avvio a un grande ciclo di sviluppo.  Gli studi portati avanti dalla SVIMEZ hanno provato a calcolare anche in termini finanziari la perdita provocata dall’emigrazione forzata del nostro miglior capitale umano. I laureati meridionali emigrati dal 2000 in poi ammontano a circa 200mila unità. Moltiplicando questa cifra per il costo medio di un percorso di istruzione universitaria si è prospettato un danno per la spesa pubblica del Sud che oscillerebbe tra i 30 e i 40 miliardi di euro.

Invertendo queste tendenze e con l’ausilio di politiche economiche adeguate e di alto spessore, come lo sviluppo e l’attuazione delle Zone Economiche Speciali, introdotte con la legge 123/2017, o la capacità che potrebbe rivestire la crescita e l’importanza del “Mediterraneo allargato” per il miglioramento dell’economie della sponda nord e sud del bacino, magari con un forte ruolo dei porti meridionali per l’interscambio di merci tra Europa, Nord Africa e paesi asiatici, si potrebbe mettere a frutto questa significativa ripresa della macro-area meridionale nell’ultimo biennio.

Articolo di Marco Maniaci

Diritti dell’infanzia: solita discriminazione a danno del Sud

Rilanciamo un’ottima analisi-denuncia di Marco Esposito sulla disuguaglianza territoriale anche nel campo dei diritti dell’infanzia. – (Il Mattino, 4 novembre 2017.)

Scuola infanzia, il 74 per cento dei fondi assegnato al Nord

di Marco Esposito

La ministra Valeria Fedeli parla di «standard uniformi su tutto il territorio nazionale» nello stesso momento in cui assegna 90 euro per ogni bambino in Emilia Romagna e 43 euro in Campania. Il doppio. Un’offesa ai diritti dell’infanzia, un calcio ai principi d’uguaglianza e una violazione neppure ben nascosta della legge, come si vedrà.

diritti dell'infanzia - valeria fedeli
Il ministro Valeria Fedeli

La Fedeli per potenziare il sistema d’istruzione per l’infanzia ha ripartito 209 milioni di euro destinati a migliorare i servizi offerti per 3 milioni di bambini che non hanno ancora compiuto sei anni. Il riparto è fatto tra le regioni italiane, anche se i soldi saranno erogati entro il 2019 direttamente ai Comuni in base ai progetti per costruire nuovi asili, ristrutturare e mettere in sicurezza strutture esistenti nonché ridurre i costi per le famiglie. Il Centronord ha fatto la parte del leone con il 74,23% delle risorse assegnate, sebbene i bambini residenti in quell’area siano il 65,52%. Il Mezzogiorno si è dovuto accontentare del 25,77% delle risorse nonostante la quota di bambini sia del 34,48%. La Campania è il territorio più penalizzato visto che è seconda per numero di piccoli e appena settima per risorse assegnate.

L’uguaglianza territoriale secondo Vito de Filippo
diritti dell'infanzia - il sottosegretario vito de filippo
Il sottosegretario all’istruzione Vito De Filippo

Il riparto proposto dal ministero dell’Istruzione è stato approvato dagli enti locali nella Conferenza unificata del 2 novembre scorso, riunione nella quale le istituzioni dei territori meridionali – tra esse erano invitati i sindaci di Napoli, Lecce, Cagliari, Catania, Chieti e Bari – ancora una volta non hanno brillato per capacità di difendere gli interessi dei cittadini che vanno a rappresentare. Per il governo era presente il sottosegretario all’Istruzione Vito De Filippo, lucano, secondo il quale «stiamo costruendo insieme, ciascuno per la propria parte, percorsi di crescita eguale su tutto il territorio, a partire dall’infanzia». «Eguale» per De Filippo vuol dire 51 euro per bambino nella sua Basilicata e 103 euro in Valle d’Aosta? Così sostiene, eppure la matematica non è un’opinione.

Diritti dell’infanzia: Il decreto legislativo

Da dove arrivano i 209 milioni? Sono un finanziamento legato a uno dei tasselli della Buona Scuola, cioè la riforma dell’istruzione per l’infanzia creando il sistema integrato d’istruzione per la fascia 0-6 anni. Lo scorso aprile è stato approvato il decreto legislativo sull’infanzia (65/2017), che all’articolo 4 fissa l’obiettivo del «progressivo consolidamento, ampliamento, nonché l’accessibilità dei servizi educativi per l’infanzia, anche attraverso un loro riequilibrio territoriale, con l’obiettivo tendenziale di raggiungere almeno il 33 per cento di copertura della popolazione sotto i tre anni di età a livello nazionale» e all’articolo 12 indica i criteri con cui ripartire le risorse e cioè: «Sulla base del numero di iscritti, della popolazione di età compresa tra zero e sei anni e di eventuali esigenze di riequilibrio territoriale, nonché dei bisogni effettivi dei territori e della loro capacità massima fiscale».

diritti dell'infanzia - Articolo 4 DL 65/2017
Decreto Legislativo del 13 aprile 2017, n. 65 Istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a sei anni, a norma dell’articolo 1, commi 180 e 181, lettera e), della legge 13 luglio 2015, n. 107.

 

Cosa ha fatto il ministero? Come principale criterio (peso del 50%) ha considerato gli iscritti agli asili al 31 dicembre 2015, iscritti che ovviamente sono più al Nord. Per il secondo parametro (peso del 40%) ha contato i bambini reali. Come criterio marginale (10%) ha considerato la popolazione di età 3-6 anni non iscritta alla scuola dell’infanzia statale «in modo da garantire un accesso maggiore».

Il trucco c’è ma non è evidente

Il trucco c’è ma non è evidente. La fascia di età 3-6 anni non ha forti squilibri territoriali e raggiunge una copertura del 90%. Inoltre la scuola materna statale è più presente al Sud che al Nord, visto che il 45% degli iscritti si trova nel Mezzogiorno. Quindi considerare solo l’età delle materne e soltanto i non iscritti alle scuole dell’infanzia statali non porta affatto un riequilibrio territoriale e, in ogni caso, non in favore del Mezzogiorno. In pratica per la perequazione si è utilizzato il solo parametro dove il Sud ha risultati più consistenti del Nord: le materne statali. Ignorando tutti gli altri.

Una presa in giro che viola la legge. Il decreto 65/2017 infatti impone, all’articolo 4, di avviare un progressivo riequilibrio territoriale per l’altra fascia di età, quella da 0 a 3 anni, dove la carenza di asili nido nel Mezzogiorno è fortissima. Inoltre, all’articolo 12, si indica nei criteri di riparto la «capacità massima fiscale» dei territori. Il principio cui si ispira la legge è chiaro: non è logico assegnare risorse aggiuntive a territori che hanno già cospicue entrate fiscali proprie, mentre le risorse vanno concentrate nelle aree dove il gettito fiscale, anche alzando le aliquote al massimo, non è sufficiente a pagare i servizi per l’infanzia. Un principio di riequilibrio che avrebbe favorito le famiglie del Mezzogiorno, ma che è sparito del tutto nei conteggi del Miur.

Cara ministra: Le “pari opportunità” non sono solo di genere!

Il ministero dell’Istruzione dopo il riparto dei 209 milioni di euro ha diffuso un comunicato che merita, nel passo seguente, di essere citato alla lettera, maiuscole comprese: «Con questo Piano – dichiara la Ministra Valeria Fedeli – stiamo garantendo alle bambine e ai bambini pari opportunità di educazione, istruzione, cura, superando disuguaglianze e barriere territoriali, economiche e culturali».

diritti dell'infanzia - la discriminazione territoriale
Il Mattino – 4 novembre 2017 – pagina 12

Si sarà notata l’attenzione lessicale all’uguaglianza di genere, che fa onore alla ministra Fedeli perché in tale campo non si fa mai abbastanza. Ma è agghiacciante l’assoluta distanza della Fedeli dalla realtà quando in ballo non ci sono le differenze di genere ma quelle geografiche. In tale Piano non c’è nulla che – non diciamo superi – ma neppure attenui le disuguaglianze territoriali ed economiche.

Se si fossero conteggiati 90 euro per i maschi e 43 euro per le femmine ci sarebbe stata una clamorosa violazione delle pari opportunità; altrettanto grave però è ripartire 90 euro agli emiliani e 43 euro ai campani, i quali già partono in posizione svantaggiata. Fino a prova contraria, assegnare più risorse dove ci sono più asili allarga le differenze, non le riduce. Farlo ai danni di bambine e bambini di 0-6 anni è iniquo, illegale e immorale.

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Commento del meridionalista Massimiliano Gargiulo su Facebook:

L’azione del Partito Democratico di Renzi – e del Governo – rispetto ai temi delle disuguaglianze che penalizzano il Sud, è la continuazione di tutte le politiche di tutti i partiti nazionali e dei governi, nessuno escluso, succedutisi in 156 anni di unità. Ma i parlamentari meridionali sono tutti allineati?

Ringrazio Marco Esposito per il suo lavoro di divulgazione.

 

 

Pino Aprile: “Tu non sai quanto sia ingiusto questo Paese”

Pino Aprile - Nemo nessuno escluso

Uno straordinario Pino Aprile spiega in tre minuti, nel corso del programma Rai 2, “Nemo – Nessuno escluso” ,  del 26 ottobre 2017, perché il Nord sfrutta da sempre le risorse del sud.

Per Pino Aprile, “chi parla di residuo fiscale vi sta prendendo in giro, lo Stato Italiano dà 85 miliardi in meno al Sud a parità di persone”.

“Se, come dicono i leghisti, da 150 anni il Sud deruba il Nord, come mai da 150 anni il ladro (il Sud) diventa sempre più povero e il derubato (il Nord) sempre più ricco?”

Aprile conclude con una frase di un immigrato beneventano che in America; racconta che quattro generazioni della sua famiglia ricordano l’Italia così: “Tu non sai quanto sia ingiusto questo Paese”.

Per vedere l’intervento di Pino Aprile, vai al minuto 15:53 del video
pino aprile - paese ingiusto

 

 

 

 

 

 

 

Nemo – Nessuno Escluso – programma del 26 ottobre 2017  – Rai

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Dall’archivio – Video Pino Aprile

Pino Aprile presenta il libro giù al sud da Corrado Augias.

Pino Aprile - Giù al Sud“Mai ho viaggiato a Sud come in questi ultimi due, tre anni, e ogni volta mi sorprendo a fare il conto di quanto non ne so e di quanto si possa percepire, di intenso, profondo, senza riuscire a cogliere appieno il senso dell’insieme. Ho pensato che fosse più corretto raccontare le tappe del mio viaggio, senza ricorrere ad artifici che le facessero diventare parte di una narrazione unica.

Ma questo paesaggio narrativo comunque parla, e sapere di noi, chiunque noi siamo, ovunque siamo, è opera collettiva. Questo libro è il mio mattone (termine disgraziatissimo per un libro) per il muro della casa che si costruisce insieme. Il Sud non ha voce, o voci piccole e sparse. Ed è possibile che gli stessi protagonisti non percepiscano quanto siano parte di un tutto, forse decisivo. Mentre tutti guardano al Nord, ricco e potente, alle loro spalle, al Sud, credo stia nascendo l’Italia di domani. Un’Italia migliore.”

Cosa succede dove sembra che non stia succedendo nulla? Nelle regioni più dimenticate, come la Calabria che pare esistere soltanto per la criminalità e la ’ndrangheta? Invece, forse, è proprio lì che si prepara il futuro.
Un viaggio a tappe nel Sud, dove ogni esperienza parla per sé e di sé ma, tutte insieme, riescono a disegnare un paesaggio narrativo intenso e unico.

Giù al Sud – Pino Aprile

 

Referendum e chiacchiere

Referendum-autonomia-veneto-lombardia
Lombardia e Veneto non sono la Catalogna
Referendum: Lino Patruno
Lino Patruno, giornalista e saggista

Facciamo un po’ di ordine. Il referendum per il quale domenica hanno votato in Catalogna non c’entra nulla con quello sul quale voteranno Lombardia e Veneto il 22 ottobre. Nella regione spagnola chiedono l’indipendenza da Madrid, cioè formare un nuovo Stato. Da noi chiedono maggiore autonomia dallo Stato centrale, cioè tenersi i soldi delle loro tasse e decidere da sé cosa farne. Soprattutto, come graziosamente dicono loro, non darli al Sud. La differenza l’ha spiegata lo stesso Salvini, che un giorno si è riscoperto italiano dopo essere stato leader di quella Lega che voleva spaccare il Paese e fare della Padania un’altra Catalogna. Tanto che lo statuto della Lega parla ancòra di secessione. Memoria labile.

Del referendum consultivo del Lombardo-Veneto non è difficile prevedere il risultato. Probabile unanimità dei <sì>, avendo sempre colà raccontato di tutti i soldi che gli scippa il Sud, che poi li spreca. Fosse davvero così, poco da dire. Ma essi pagano più tasse perché esiste la logica: sono più ricchi (e più evasori pure). E in base al principio della progressività dell’imposta, i più ricchi devono pagare di più. Poi è lo Stato a redistribuire in base all’altro principio non solo costituzionale ma elementare che regge ogni comunità. Se avessero ragione i ricchi, quelli di via Montenapoleone a Milano dovrebbero pretendere che quanto versano sia speso solo nella loro via e non, diciamo, alla più povera Comasina.

I soldi che vanno verso Sud tornano al Nord

Che non sia più accettabile l’idea che il Nord sostenga totalmente il Sud (come dice il governatore pugliese Emiliano), si può pure condividere. Essenziale è capire cosa voglia dire <sostenere> e cosa <totalmente>. Se è vero che c’è un cosiddetto <residuo fiscale> che ogni anno scende da Nord a Sud, è vero che salirebbe da Sud a Nord nell’ipotesi opposta. Si calcola in 50 miliardi, dei quali si vede però solo il viaggio di andata. Essendo noto che ne tornano al Nord altrettanti (e forse anche con gli interessi) conteggiando soltanto quanto i meridionali spendono nell’acquisto di prodotti e servizi del Nord. E quante tasse le imprese settentrionali che lavorano e fanno profitti al Sud pagano al Nord dove hanno la sede legale.

Il grafico, prodotto dal “Unioncamere del Veneto” non mostra come i soldi tornano a Nord…
Lo stato spende di più al Sud?

Obiezione: sì, però lo Stato spende di più al Sud, non foss’altro che per rimediare al divario. Più falso della Fontana di Trevi venduta da Totò. E con buona pace di chi dovrebbe essere il primo a saperlo ma si è distratto un po’. Sono dati ufficiali dei conti pubblici territoriali. Nel 2015 la spesa è stata di 15.801 euro a testa per il Centro Nord, di 12.222 per il Sud. Ventitré per cento in meno, non spiccioli. Spesa corrente, quella per le politiche sociali: anzitutto la sanità. E sapendo che per questo al Sud i Lep (livelli essenziali di prestazioni) sono al di sotto del minimo per undici su dodici servizi pubblici comunali.

Dice: ma c’è la spesa in conto capitale, quella per investimenti. Tutti sanno che è maggiore al Sud. Meglio, a tutti si racconta la stessa chiacchiera di radio-mercato. Negli ultimi 40 anni, al Sud 430 miliardi di euro. Beh, una cifra. Peccato che al Centro Nord si sia speso quattro volte tanto. E nel 2016, 13 miliardi per il Sud su un totale di 60. Roba da ciuccarsi per la gioia. Ché se parliamo delle sole Ferrovie dello Stato, nel 2000-2014 meno di 50 euro pro-capite al Sud e 120 al Centro Nord. Ovvio allora che Matera sia l’unico capoluogo italiano senza stazione, non vorrà viziarsi solo perché è capitale europea della cultura.

Le infrastrutture del Nord e quelle del Sud

Si potrebbe ancòra obiettare: va bene ma, Matera a parte, non è che il Sud possa lamentarsi, figuriamoci che ora ha anche l’autostrada Salerno-Reggio Calabria (53 anni di costruzione). Situazione autostrade, chilometri ogni cento chilometri quadrati di territorio: Centro Nord 25,1, Sud 17,1, Italia 21,1. Ferrovie (sempre ogni cento chilometri quadrati): Nord Ovest 7,2, Sud 4,7. Alta velocità ferroviaria: Napoli e Salerno uniche città del Sud. Treni per Roma da Firenze e Bologna: uno ogni venti-trenta minuti. Treni per Roma da Bari: sei ore fra uno e l’altro. Aeroporti: Centro Nord uno ogni 50 chilometri, Sud uno ogni 200 chilometri.

Ma vedrete che andrà tutto meglio ora che il governo ha deciso ciò che doveva esserci da tempo: la spesa complessiva al Sud non deve mai essere inferiore al 34 per cento, quanta ne è la percentuale della popolazione in Italia. Magari di più, visto che c’è da coprire quel divario che a parole tutti giudicano scandaloso. Ma il Sud non si vuole allargare, anzi vuole anche scontare le sue colpe.

Referendum o referenduccio?

Ora un po’ di questa roba bisognerebbe conoscere quando si sente parlare di Sud che vive alle spalle altrui, che spreca, e che non stia solo a lamentarsi. Se si corrono i cento metri, si parta tutti dallo stesso punto, non che qualcuno fa la drittata di correrne ottanta. A quel punto, chissà, un referenduccio lo potrebbe proporre pure il Sud. Non ovviamente alla catalana.

Lino Patruno — La Gazzetta del Mezzogiorno, 6 ottobre 2017

Discriminazione territoriale: la denuncia di Gino Balestrieri

discriminazione territoriale - forbice nord sud

Rilanciamo alcuni commenti che il militante meridionalista Gino Balestrieri ha pubblicato sulla sua pagina Facebook sul tema della discriminazione territoriale fra Centro-Nord e il Sud.  Balestrieri è uno dei fondatori dei Meridionalisti Democratici ed è attualmente impegnato politicamente nei Campi Flegrei (Napoli).

Discriminazione territoriale- Gino Balestrieri raccoglie firme RC Auto
Discriminazione territoriale- Gino Balestrieri raccoglie firme contro la discriminazione sulle tariffe RC Auto
5 settembre 2017: Teatri lirici di serie A e di serie B

Che lo stato-italiano o meglio il ministero beni culturali, conceda un contributo al Teatro Lirico milanese (32 milioni) quasi tre volte in più rispetto a quello napoletano (14 milioni) al nostro bellissimo Teatro San Carlo, è regolare, è sempre stato così e così continuerà per altri 100 anni questo gioco al massacro nei confronti del Sud; ma che l’Eni versi €49 milioni a Milano e €50.000 a Napoli, l’Enel 10 milioni a Milano e niente a Napoli, le Poste Italiane 3 milioni a Milano e 100.000 euro a Napoli, le Assicurazioni Generali 10 milioni a Milano e niente a Napoli, questo mi sembra seriamente scandaloso. Anche i famosi Dolce e Gabbana che, sembra si siano incazzati per alcune critiche ricevute da Napoli per il loro spot pubblicitario zeppo di luoghi comuni, contribuiscono con 1,2 milioni di Euro al Teatro alla Scala di Milano e niente al San Carlo. Questa sera tutti a tifare italia, anche Voi italiani di serie B.

24 agosto 2017: Fondazioni bancarie

E poi trovi sempre quello che dice, anche napoletano, che non è questione di discriminazione Nord-Sud: è che Noi, i Meridionali, i progetti per ottenere finanziamenti non li sappiamo proprio fare, come non sappiamo fare una marea di altre cose e che invece di imparare dai nostri fratelli del nord, siamo solo capaci di lamentarci, il famoso piagnisteo napoletano. Sarà pure vero ma nel caso delle Fondazioni bancarie (che gestiscono anche soldi nostri) la discriminante territoriale è stata decisa per legge, infatti, come per gli anni passati, anche nel 2016 la vergogna continua. Del Miliardo di euro distribuito dalle 88 Fondazioni, il 94,1% è andato al Centro-Nord ed il 5,9% al Sud, isole comprese che, a compensazione, ricevono però un piccolo obolo (23 milioni di euro) dalla vergognosa Fondazione con il Sud. Tutto questo ovviamente avviene sotto gli occhi ma forse è meglio dire, con la complicità, dell’intera e scandalosa classe dirigente meridionale.

2 agosto 2017: La Macroregione è uNA NECESSITà

L’unica possibilità di salvezza per il Sud, sosteneva Nicola Zitara è quella di puntare, momentaneamente ma decisamente, alla formazione di una Macroregione per poi pretendere ed ottenere pacificamente (si spera) dopo una decina d’anni, l’indipendenza da questo Stato inconcludente nei nostri confronti, forte solo di retorica, che ancora oggi, cosa estremamente ridicola, è all’approvazione parlamentare il suo bruttissimo e falso inno che comunque lo rappresenta egregiamente, ed allora non ce ne sarà più per nessuno.

1 agosto 2017: la disoccupazione

Ogni tanto una buona notizia. L’Istat ci fa sapere che, anche se leggermente, la disoccupazione in Italia sta scendendo, è infatti stata nel 2016 del 11,7%, sempre però leggermente superiore alla media europea che è stata del 8,6% ma è un dato che fa comunque ben sperare perché vuol significare che il governo sta facendo le cose giuste per il benessere dei propri cittadini. Non proprio di tutti i cittadini ovviamente, perché se analizziamo il dato dal punto di vista geografico, si capisce come la statistica riesca a fottere la gente: l’11,7% è un dato medio, la verità è che al Nord la disoccupazione è del 7,6%; al Centro del 10,4% e al Sud al 19,6%, dato drammatico, fuori da qualsiasi contesto europeo.

22 giugno 2017:  la discriminazione territoriale evidenziata dalle tariffe per la RC Auto

Il Parlamento italiano, attraverso una sua commissione, ha deciso che un Napoletano, per quanto “Virtuoso”, non sarà mai uguale ad un Milanese “Qualunque”. Rassegniamoci quindi a pagare, per la RC auto, tariffe tre volte tanto il resto d’italia ma non cadiamo nel ridicolo con la storiella delle due Italie, quella che del Nord che approfitta del Sud perché siamo tutti fratelli d’italia e lo dimostra il fatto che anche noi Napoletani possiamo tifare liberamente per una qualsiasi squadra di calcio del Nord o cantare con gioia l’inno di Mameli o commuoverci alla presenza del tricolore in una qualsiasi rappresentazione sportiva.

 

Fabbisogni standard e federalismo avvelenato

fabbisogni standard - scippo asili nido
Meno hai, meno riceverai

“Il Mattino” del 2 settembre 2017 ha dedicato alcuni articoli alla determinazione dei fabbisogni standard e alle storture del federalismo avvelenato attualmente in funzione in Italia.  Dalla lettura degli articoli di Marco Esposito e Gigi Di Fiore emerge la massima del federalismo fiscale a trazione nordista: “meno hai, meno riceverai”.

Esposito denuncia che nel 2018 “una città capoluogo di regione, Potenza, si vedrà assegnare fabbisogno zero di trasporto pubblico locale, come già accade a Caserta e a Cosenza. Per lo Stato italiano, a Potenza non serve neppure un autobus cittadino, così come non sono necessari asili nido in città popolose come Portici, Pozzuoli, Casoria, Ercolano e San Giorgio a Cremano.”

fabbisogni standard - il mattino pagina 4 del 2 settembre 2017
Fonte: pagina 4 de “Il mattino” del 2 settembre 2017
Commissione Tecnica Fabbisogni Standard

Il giornalista meridionalista informa che dal 2015 c’è un meccanismo perverso che viene utilizzato per calcolare “i fabbisogni standard” di tutti i 6.664 comuni italiani. La Commissione Tecnica Fabbisogni Standard (CTFS) decide “non in base alle necessità della popolazione ma ai servizi erogati, quando misurabili, oppure alla spesa storica”. Pertanto, il finanziamento degli asili nido si calcola sulla spesa storica per tali strutture e non sul numero di bambini effettivamente presenti nel comune. Così, se per un motivo o un altro un comune non ha asili, continuerà a non ricevere finanziamenti.  Esposito denuncia che lo stesso meccanismo è valido per il trasporto pubblico: “Nel trasporto pubblico locale la CTFS nel 2017 ha introdotto per gli autobus un meccanismo analogo agli asili nido. Non ne hai? Vuol dire che non ti servono.”

Errore tecnico grave mai corretto
fabbisogni standard - Renzi e Delrio
Matteo Renzi e Graziano Delrio

Esposito ricorda che nel 2014, l’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, spiegò che si trattava di un «errore tecnico grave, che correggeremo»”.  Purtroppo, anche a causa della latitanza dei parlamentari meridionali, il giornalista lamenta che “l’errore è diventato metodo e gli zeri sono sempre lì.”  Nella commissione bicamerale, nessun parlamentare meridionale ha preso la parola su questo tema.

 

La posizione dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani
fabbisogni standard - Renzi e Decaro
Matteo Renzi con Antonio Decaro
Foto LaPresse – Donato Fasano

Gigi Di Fiore ha intervistato Antonio Decaro, Sindaco di Bari da tre anni e anche presidente dell’Associazione Nazionale dei Comuni italiani (ANCI) dallo scorso anno.  Di Fiore gli ha chiesto se il meccanismo fosse “contrario a quanto prevede la Costituzione, sugli obiettivi di perequazione della fiscalità e degli squilibri socio-economici?” Decaro risponde che “In parte è così. Il criterio ha profili anti costituzionali. Convengo con lei. Se si prende per parametro l’esistente e si finanzia quello, non si riuscirà mai a incidere sulla capacità di eliminare uno squilibrio aiutando chi è stato costretto ad assicurare meno servizi e, per invertire la rotta, avrebbe bisogno di maggiori fondi. Con il criterio del fabbisogno standard avviene l’inverso”.

Mentre Decaro è convinto che l’ANCI inizierà per il 2018 una forte iniziativa con i parlamentari per cambiare la metodologia utilizzata per determinare i fabbisogni standard, è preoccupato sul fronte dei bilanci comunali. Secondo Decaro, alcuni cambi che sono avvenuti rispetto al modo di tenere la contabilità dei comuni, rischia di far tagliare ulteriormente i servizi.  Decaro spiega che ora “si possono far figurare nella contabilità solo quelli esigibili o riscossi. Il resto, in percentuale, viene inserito nel fondo dei crediti di esigibilità dubbia. I riflessi contabili sono evidenti. Il rischio è dover tagliare i servizi, con tutte le conseguenze facilmente intuibili.”

Fabbisogni standard e L’assenza dei parlamentari meridionali

Il meridionalismo lotta per ridurre la disuguaglianza territoriale chiedendo il pieno rispetto dell’articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana sull’uguaglianza. Purtroppo, fra i cosiddetti “gravi errori tecnici” spiegati da Delrio e i silenzi e le assenze nelle commissioni dei parlamentari eletti al Sud, la forbice fra Centro-Nord e Sud si allarga.  In vista delle prossime elezioni parlamentari, sarà necessario stilare le liste dei parlamentari eletti al Sud e di pubblicare le presenze, le mozioni presentate, come hanno votato e come sono rimasti in silenzio. I parlamentari che si ripresenteranno alle urne andranno puniti (o premiati, ma abbiamo i nostri dubbi) anche nella cabina elettorale.

fabbisogni standard - il mattino 2014
Dichiarazioni di Renzi nel 2014 – dopo tre anni l’imbroglio resta

L’immagine in evidenza è dal sito “Briganti” 

Decreto Mezzogiorno e disuguaglianza territoriale

Decreto mezzogiorno - la Camera vota la fiducia

Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro ha annunciato oggi, 31 luglio 2017, che il governo Gentiloni ha posto la fiducia sul Decreto Mezzogiorno. La Camera voterà  la fiducia domani, martedì, 1 agosto 2017, alle 15.

Il decreto mezzogiorno prende atto, nella sua parte introduttiva, che c’è una “straordinaria necessità ed urgenza di intensificare gli interventi volti a favorire il superamento del divario economico e sociale delle regioni del Mezzogiorno rispetto alle altre aree del Paese”. Secondo il Governo, c’è una “straordinaria necessità ed urgenza di introdurre nuovi strumenti volti a sostenere la crescita economica ed occupazionale delle regioni del Mezzogiorno”.  E, pertanto, per il Mezzogiorno è necessario “l’individuazione di misure incentivanti per i giovani imprenditori, nonché nuovi strumenti di semplificazione volti a velocizzare i procedimenti amministrativi funzionali a favorire la crescita economica”.

Decreto Mezzogiorno: Ammissione disuguaglianza territoriale
Il decreto parte bene ammettendo la disuguaglianza territoriale
Il governo individua, in particolare, quattro aree di intervento straordinario per il Mezzogiorno:

1. “Resto al Sud” – Giovani e nuove imprese

Il decreto prevede l’introduzione di nuovi strumenti incentivanti per i giovani imprenditori e per il sostegno alla nascita e alla crescita di imprese.  Il programma denominato “Resto al Sud” prevede un incentivo all’apertura di nuove aziende nei comparti dell’agricoltura, dell’artigianato, dell’industria, della pesca e dell’acquacoltura, o anche nei servizi (ad esempio turismo). Ai giovani di 18-35 anni si offre una dotazione di 50.000 euro, di cui il 35% a fondo perduto.

Il decreto prevede inoltre, in via sperimentale, la “Banca delle terre abbandonate o incolte e misure per la valorizzazione dei beni non utilizzati”. E’ una formula per la concessione ai giovani, per nove anni rinnovabili una volta, di terre incolte e immobili abbandonati di proprietà pubblica per progetti di riuso.

2. Zone Economiche Speciali (ZES)

Il decreto prevede la creazione di Zone Economiche Speciali, che potranno essere attivate su richiesta delle regioni meridionali interessate.  Le regioni dovranno presentare un adeguato progetto di sviluppo, partecipando pienamente nel loro processo di istituzione e nella loro gestione.  Ogni ZES dovrà comprendere almeno un’area portuale al cui interno saranno praticate condizioni agevolate per le aziende.

3. Processi amministrativi

Il decreto prevede una semplificazione e velocizzazione di alcuni procedimenti amministrativi, con particolare riguardo alla realizzazione di investimenti e all’operatività degli enti territoriali.

4. Formazione, occupazione e disagio sociale

Il decreto prevede il finanziamento di programmi per la riqualificazione e la ricollocazione di lavoratori coinvolti in situazioni di crisi aziendale o settoriale ed espulsi dai processi produttivi nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia.

Il decreto prevede anche interventi urgenti per il contrasto della povertà educativa minorile e della dispersione scolastica nel Mezzogiorno.

Decreto mEZZOGIORNO: Il punto di vista dei Meridionalisti Democratici

Il decreto parte bene nel riconoscere che esiste la disuguaglianza territoriale ed il Sud è la vittima. Concordiamo con Alessandro Cannavale che nota nel decreto “un’adeguata riflessione sugli errori delle politiche di spesa (meglio dire di disinvestimento) al Sud e le ricadute sull’economia nazionale.

Non siamo convinti, tuttavia, che il decreto possa servire per superare l’enorme “divario economico e sociale” fra il Sud e il resto del Paese.  Secondo il prof. meridionalista Giancarlo Viesti: “Il decreto, sin dalla sua prima formulazione, è stato concepito come un contenitore di norme piuttosto disparate, certamente influenzato anche dalle prossime scadenze elettorali, che rendono non agevole un giudizio d’insieme.”

Insomma, c’è troppo nel decreto e non si capisce bene come potrà essere attuato nel suo insieme.  Anche il deputato calabrese Roberto Occhiuto (Forza Italia) è critico. Il decreto “è un provvedimento che contiene soltanto slogan, inutili spot, niente di strutturale o di realmente decisivo per il sud.”  Il decreto, secondo Occhiuto, “non stanzia neanche un euro di risorse aggiuntive, perché tutto è finanziato con le somme già disponibili per il Mezzogiorno”.

Invitiamo i cittadini del sud a vigilare sull’attuazione del decreto

I Meridionalisti Democratici invitano i militanti e i cittadini tutti a studiare il testo e ad incalzare gli amministratori locali affinché le parti migliori del decreto possano essere attuate.  Se, invece, il decreto si dimostrasse vuoto o non ci fosse alcuna intenzione di attuarlo, allora prepariamoci alla denuncia. Documentiamo tutto per far pagare ai partiti di governo e a quelli della falsa opposizione un carissimo conto alle prossime elezioni politiche e amministrative.

Documentazione:
Il decreto legge 20 giugno 2017, n. 91  “Disposizioni urgenti per la crescita economica nel Mezzogiorno.”