Laterza e “l’Altra Storia” che fa paura

Laterza e l'altra storia

Rilanciamo l’ottimo articolo di Gennaro De Crescenzo, presidente del Movimento Neoborbonico, pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno il 22 febbraio, in risposta agli articoli di Alessandro Laterza (18 febbraio) e Bianca Chiari (20 febbraio), pubblicati dallo stesso giornale.

Noi, Neoborbonici, non vogliamo i Borbone sul trono

Rispondere a Laterza e Tragni su metodi e contenuti
Gennaro De Crescenzo
Gennaro De Crescenzo

Sono necessarie alcune osservazioni in merito agli articoli di Alessandro Laterza e di Bianca Tragni sui “neoborbonici tra i ragazzini” (18 e 20 febbraio 2018) sia dal punto di vista formale, da legale rappresentante dell’associazione dei neoborbonici (marchio registrato ed in uso dal 1993) che per i contenuti (offensivi e non del tutto chiari).

Venuto a conoscenza di un incontro culturale sull’ “altro risorgimento” presso la scuola che l’anno prossimo sarà frequentata da sua figlia, Laterza afferma di essere a “favore della libertà di opinione”. Afferma anche, però, di aver letto “con orrore” quell’annuncio, che si tratta di un “rigurgito neoborbonico”, di “incultura”, di argomenti “diseducativi” che (addirittura) potrebbero “corrodere i valori di cittadinanza” o “contaminare l’ambiente scolastico”. Insomma: per Laterza definire “neoborbonico” qualcuno è un’offesa e lo stesso “stile” è utilizzato dalla Tragni che arriva (addirittura) a ipotizzare collegamenti tra la storia dei “briganti” post-unitari e i “neo-briganti che picchiano i professori”.

Mai parlato di “paradiso borbonico”

Laterza e l'altra storiaAl di là degli aspetti “legali” della faccenda (potrebbero sentirsi danneggiati moralmente e materialmente migliaia di iscritti o simpatizzanti dell’associazione neoborbonica) e al di là dell’aspetto surreale della faccenda (la dr.ssa Lippolis, autrice del libro al centro dell’incontro non è iscritta alla mia associazione e io stesso non l’ho mai incontrata di persona), quello che più sconcerta è la premessa di questo articolo: Laterza e Tragni hanno letto (come ho fatto io e come dovrebbe fare chi ama, pubblica o scrive libri) quel libro o si sono indignati alla sola notizia che qualcuno, in una scuola, dopo 150 anni, parlasse di un “altro risorgimento”? Sanno che quel libro e tanti altri libri che loro definirebbero “neoborbonici” sono ricchi di fonti archivistiche e anche accademiche e non hanno mai (dico “mai”) parlato di “paradiso borbonico”?

La verità storica e i nostri giovani

È “incivile” far sapere ai nostri ragazzi che l’economia delle Due Sicilie era tutt’altro che arretrata prima del 1860, come hanno scritto qualche anno fa Davis o Daniele, Malanima, Ciccarelli, Fenoaltea, De Matteo o come rivelano i documenti del fondo Ministero Agricoltura Industria e Commercio nell’Archivio di Stato di Napoli?

È davvero “sciaguratissima” una mozione che propone di ricordare le “vittime meridionali dell’unificazione italiana” o è il (tardivo) tentativo di raccontare la storia italiana senza retoriche risorgimentali e di fronte alle verità ormai venute fuori e ormai diffusissime (anche tra i ragazzini) in merito ai massacri, ai saccheggi, alle devastazioni o alle deportazioni di cui i meridionali furono effettivamente vittime, come raccontano ormai le carte degli archivi centrali e locali (da quello dello Stato Maggiore ai fondi Brigantaggio negli archivi del Sud)? Si tratta degli stessi documenti che dimostrano ormai ampiamente che (come recentemente ha dichiarato un grande esperto come il giudice Gratteri) i “briganti” post-unitari non erano affatto “criminali o delinquenti comuni”.

Laterza e Tragni e i diritti costituzionali a senso unico

Se Laterza e Tragni sono così (giustamente) attenti ai valori della costituzione e della democrazia, perché se ne dimenticano per attaccare una mozione approvata quasi all’unanimità o una presidente di una commissione antimafia eletta (sempre all’unanimità) nello stesso democratico consesso della Regione Puglia? Se la storia deve raccontarla “chi studia la storia”, perché quel seminario gestito dall’autrice di un libro carico di fonti e frutto di ricerche è “orrido”?

Chi distribuisce le patenti da storico? Eppure Laterza è stato l’editore di Benedetto Croce (che non era neanche laureato)… Perché è “fazioso” o “politico” o fa “proselitismo” chi racconta la storia dei Borbone e non chi magari racconta quella di Garibaldi o di Murat (con tanti bambini -anche pugliesi- travestiti da garibaldini o murattiani)? E chi decide chi sono i “buoni” e chi “i cattivi” dopo che magari abbiamo saputo che quegli stessi francesi (nel 1799 e poi nel 1806-1815) furono artefici di oltre 100.000 vittime (come attestano le cronache degli stessi generali francesi come Thiebault)?

Laterza e la paura del ritorno dei Borbone

Ma davvero, infine, qualcuno dotato di media intelligenza può pensare (dopo 25 anni di attività solo culturali) che i neoborbonici stiano organizzando un ritorno dei Borbone sul trono di Napoli?

I neoborbonici, allora, non “sbarcano tra i ragazzini”: gli articolisti si possono tranquillizzare. È vero, magari, il contrario: spesso, ormai, sono proprio gli stessi ragazzini e gli stessi giovani che “sbarcano” (sempre di più) tra i neoborbonici a caccia di una storia diversa da quella raccontata nelle nostre scuole per 150 anni, una storia “altra” e carica (finalmente) di quelle verità e di quell’orgoglio che gli sono stati negati e occultati con 150 anni di una rassegnazione e di una subalternità che questo Paese duale ci impone da troppo tempo.

Dove sono gli appelli contro l’emigrazione dei nostri giovani?

Ricordiamo diversi appelli indignati -anche sulla Gazzetta- contro il nostro giorno della memoria ma non ricordiamo appelli indignati contro il Sud desertificato di questi anni con i nostri giovani sempre più costretti ad emigrare per sopravvivere. Saranno quei ragazzi, magari, a percorrere (finalmente e a testa alta) una strada che li renda consapevoli di chi e perché ha creato e mai risolto questioni meridionali sempre più drammatiche nel silenzio (complice o colpevole) delle nostre classi dirigenti e di tanti intellettuali e storici del passato e del presente. E non si tratta certo (da 150 anni) di “neoborbonici”.

Gennaro De Crescenzo, Presidente del Movimento Neoborbonico

La paura di Laterza - Gazzetta del Mezzogiorno 22 febbraio 2018

Laterza ha paura Gazzetta del Mezzogiorno 20 febbraio 2018
La Gazzetta del Mezzogiorno del 20 febbraio 2018

Tutti a Gaeta: per la memoria, per il riscatto

Gaeta - giornate della memoria
Tutti a Gaeta per le giornate della memoria dei popoli delle Due Sicilie

Rilanciamo  l’invito dell’Associazione Culturale Movimento Neoborbonico di partecipare alle Giornate della Memoria dei Popoli delle Due Sicilie, il 16, 17 e 18 febbraio 2018 a Gaeta.  Durante questi tre giorni si svolgeranno iniziative culturali e dibattiti per ricordare la resistenza dei nostri popoli contro le barbarie piemontesi.  Pertanto, invitiamo tutti i nostri militanti e simpatizzanti di andare a Gaeta perché commemorando le vittime della cosiddetta unità d’Italia rinnoveremo anche il nostro impegno per il rilancio e il riscatto del Sud.

Siamo consapevoli che la memoria è alla base di ogni iniziativa di riscatto per la gente dei nostri territori. Pertanto, il segretario politico dei MERIDEM, Alessandro Citarella, sarà presente assieme ad una numerosa delegazione di militanti e simpatizzanti del nostro movimento.

Purtroppo, troppi compatrioti non conoscono l’eroica resistenza delle truppe napoletane a Gaeta. Molti non conoscono l’eroismo descritto così bene da Gigi Di Fiore nei suoi libri sulla resistenza napoletana, quelle delle ultime giornate di Gaeta. Leggere le storie di eroi come quella del Tenente Generale Francesco Traversa, comandante del Genio, o quelle di ragazzi come l’Alfiere messinese Carlo Giordano o dell’Alfiere napoletano Giovanni Pannuti, sono di grande ispirazione per chi crede che valga la pena battersi per i nostri territori.  Di conseguenza, è giusto che i ragazzi della Nunziatella, caduti nel febbraio 1861 assieme a tanti militari napoletani e a semplici cittadini di Gaeta sotto il fuoco barbaro degli aggressori piemontesi, vadano ricordati nel luogo che rappresenta l’orgoglio dei nostri popoli.

Onore ai nostri militari caduti uccisi dai “Fratelli d’Italia” nell’assedio di Gaeta!

Onore ai combattenti del Regno delle Due Sicilie, alle truppe regolari e ai partigiani, chiamati “briganti”!

Il nostro pensiero va alle popolazioni civili martirizzate prima dai militari piemontesi e poi da quelli dello Stato Italiano, con fucilazioni e espulsioni dai territori!

Gaeta - le giornate della memoria
La locandina dell’evento
I dettagli del programma

Per i dettagli organizzativi, rimandiamo i lettori alle informazioni aggiornate pubblicate dagli organizzatori sul sito del Movimento Neoborbonico

Gaeta - il Capitano Alessandro Romano
Il Capitano Alessandro Romano durante la commemorazione del 2013

Gaeta - il programma

I Lazzari: veri eroi e martiri del 1799

Lazzari affrontano i francesi

Non ho mai capito perché nessun sindaco di Napoli abbia mai voluto onorare i Lazzari che difesero Napoli nel 1799 contro i francesi.  Non so se i sindaci preunitari l’abbiano mai fatto, ma, sicuramente, quelli dopo il 1861 certamente no.  E non lo ha fatto nemmeno il “meridionalista” e “sindaco del popolo” Luigi de Magistris. Si parla sempre di popolo, ma guai onorare i Lazzari.  Anzi, i sindaci napoletani hanno onorato solo i giacobini uccisi dalla vendetta di Lord Horatio Nelson.  La vendetta inglese tradì gli impegni ufficiali presi dal Cardinale Ruffo, che aveva negoziato la resa dei giacobini napoletani, giustiziando l’Ammiraglio Francesco Caracciolo e company.

Insomma, nemmeno i sindaci di “sinistra” hanno mai voluto onorare il popolo che difese la città dagli invasori francesi.

Perché intervennero i lazzari?

Non è mio il ruolo di raccontare cosa accadde – ci sono testi di illustri storici che descrivono e interpretano i fatti. Ma tutti sembrano concordare sul ruolo dei Lazzari che si immolarono nella difesa di Napoli. Tutti, anche chi gli invasori francesi e gli stessi giacobini napoletani, incluso quelli odierni.  La parte del “racconto” che mi interessa ricordare oggi è quanto riportato su Wikipedia, a partire dal trasferimento di Casa Reale a Palermo nel dicembre 1798:

“Venne affidato al conte Francesco Pignatelli l’incarico di vicario generale e da questi fu dato ordine di distruggere la flotta, che venne incendiata. Seguirono alcuni giorni di confusione e anarchia. Mentre gli eletti del popolo rivendicarono il diritto di rappresentare il re, l’11 gennaio del 1799 il conte Pignatelli concluse, a Sparanise, un gravoso armistizio col generale Championnet.”

lazzari e championnet
L’esercito francese del generale Championnet entra a Napoli il 23 gennaio 1799

“Alla notizia della capitolazione il popolo di Napoli e di parte delle province insorse violentemente in funzione antifrancese: è la rivolta dei cosiddetti lazzari, che oppose una forte resistenza all’avanzata francese. Il Vicario abbandonò la città, ormai in preda all’anarchia, il 17 gennaio. Nel frattempo nella città scesero però in campo anche i repubblicani, i giacobini e i filofrancesi e si giunse alla guerra civile: il 20 gennaio i filofrancesi riuscirono con uno stratagemma a entrare nella fortezza di Castel Sant’Elmo, da cui aprirono il fuoco sui lazzari che ancora contendevano l’ingresso della città ai francesi. Cannoneggiati alle spalle, furono costretti a disperdersi e il generale Championnet riuscì a schiacciare la resistenza. Circa 3.000 popolani antifrancesi furono uccisi negli scontri.”

Tremila lazzari uccisi in tre giorni

Insomma, abbiamo 3.000 popolani uccisi nella difesa della città in tre giorni, dal 21 al 23 gennaio 1799, e nessuno li vuole onorare. Nessun dei sindaci che si sono succeduti negli ultimi 156 anni, dalla destra monarchica ai democristiani, dai socialisti ai comunisti – nessuno lo ha fatto. E non sappiamo nemmeno se lo farà Luigi de Magistris.

Nel frattempo, propongo di onorare i Lazzari con il Canto dei Sanfedisti, interpretato dal grande Peppe Barra.                 –Tony Quattrone

Vittorio Emanuele III: via il suo nome da scuole e biblioteche

Vittorio Emanuele III - complice di Hitler e Mussolini
Vittorio Emanuele III - Corriere della sera 1938
Vittorio Emanuele III non merita onori
Noemi Di Segni - Presidente dell’UCEI
Noemi Di Segni – Presidente dell’UCEI

Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, chiede la rimozione del nome di Vittorio Emanuele III dalle scuole e biblioteche a lui intitolate. Lo ha chiesto in un messaggio inviato al ministro dei Beni e delle Attività Culturali Dario Franceschini il 3 gennaio. Vittorio Emanuele III è il firmatario delle Leggi razziste pubblicate nel 1938 oltre ad essere stato complice di numerosi crimini commessi dal fascismo nell’arco del Ventennio.

La Biblioteca Nazionale di Napoli è terza per importanza tra le biblioteche pubbliche italiane, dopo le due Nazionali Centrali di Roma e di Firenze.  Ha la sua sede presso il Palazzo Reale in Largo di Palazzo e dipende dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Purtroppo, porta ancora il nome del campione della codardia savoiarda, delle stragi dei civili nell’impero ed in Italia, e della collaborazione nel genocidio degli Ebrei.

Vittorio Emanuele III con Hitler e Mussolini
Visita ufficiale di Adolf Hitler a Roma, 1938. Sul palco in prima fila da sinistra: Benito Mussolini, Adolf Hitler, Vittorio Emanuele III.
La salma di Vittorio Emanuele III rientra in Italia a spese dei cittadini

La posizione della Presidente Di Segni sul rientro in Italia della salma del re codardo lo scorso 27 dicembre è netta e condivisibile.  “In un’epoca segnata dal progressivo smarrimento di Memoria e valori fondamentali il rientro della salma del re Vittorio Emanuele III in Italia non può che generare profonda inquietudine.” Secondo la Presidente questo è dovuto “anche perché giunge alla vigilia di un anno segnato da molti anniversari”, tra cui “gli 80 anni dalla firma delle Leggi Razziste”.   La Presidente è molto diretta: “Bisogna che lo si dica chiaramente, in ogni sede: Vittorio Emanuele III fu complice di quel regime fascista di cui non ostacolò mai l’ascesa e la violenza apertamente manifestatasi sin dai primi mesi del Ventennio.”

non c'è futuro senza memoria

La nostra posizione

I Meridionalisti sostengono in pieno la posizione espressa dalla Presidente Di Segni sulla rimozione del nome di Vittorio Emanuele III da scuole e biblioteche.  Non c’è futuro senza memoria, così per la comunità ebraica, così per i meridionali.  Pertanto, ricordiamo che siamo accomunati dalle malefatte dei Savoia, le cui politiche portarono ad orrende stragi negli ex territori del Regno delle Due Sicilie, negli successivi all’invasione piemontese del 1860. Fatti ancora negati o ignorati dalla storiografia ufficiale italiana.

vittorio emanuele III - leggi razziali

manifesto-razzismo-italiano

Catalogna e Due Sicilie così vicine e così lontane

Catalogna: Spagna sì o no?

Rilanciamo l’ottima analisi del prof. Gennaro De Crescenzo sul rapporto fra la situazione della Catalogna e quella dei nostri territori.

Catalogna e Due Sicilie così vicine e così lontane

Nell’attuale mondo delle Due Sicilie sono sempre più numerosi e frequenti commenti, paragoni e discussioni riferiti alla Catalogna. Dopo i recenti fatti di Barcellona, qualche osservazione è più che mai necessaria anche perché sembra quasi che chi non si accoda a questi “parallelismi” lo faccia perché è ostile a certi temi.

catalogna: la rinascita della metà dell’Ottocento

Al di là di radici storiche e culturali profonde e antiche (forse, però, ancora più profonde e antiche per il nostro Regno delle Due Sicilie), intorno alla metà dell’Ottocento la Catalogna (che non ha mai avuto un regno come il nostro) iniziò a vivere la sua “renaixença”, un grande “rinascimento”, con la riscoperta delle tradizioni catalane (dalla lingua alla storia, dall’arte al folclore).

Catalogna: Cartell de la Solidaritat Catalana; candidatura de diputats a corts 1907
Cartell de la Solidaritat Catalana; candidatura de diputats a corts 1907
Pisaroi – La Esquella de la Torratxa, Barcelona, 19.4.1907 num. 1477 -Wikipedia

Nel 1880 iniziano le battaglie di Valentì Admiral, un repubblicano federalista, nel 1907 i primi successi elettorali con “Solidaritat Catalana” (diverse formazioni politiche aggregate su obiettivi comuni) finiti successivamente, però, nel sangue con scontri che causarono centinaia di feriti e di morti. Negli anni ’30 del Novecento prevale la componente antifranchista ed anarchico-estremista divisa tra antisovietici e filosovietici e, dopo le repressioni governative (che rafforzarono i sentimenti catalanisti), solo nel 1971 nasce l’Assemblea de Catalunya e, tra spinte alterne, tra concessioni all’unità spagnola, trattative più o meno vantaggiose (e sconosciute dalle parti della colonia-Sud) e rivendicazioni più accese, si arriva ai giorni nostri e con gli scontri che conosciamo (un boomerang per il governo centrale).

Catalogna - manifestazione per l'indipendenza
Barcellona – manifestazione dell’11 settembre 2017 per l’indipendenza (foto di David Ramos/Getty Images)
La vera storia del Sud raccontata solo da circa 20 anni

Chiaro che chi conosce la storia e ha ritrovato (o trovato) sentimenti “duosiciliani” non può non emozionarsi di fronte a quelle masse oceaniche giallorosse per le strade di Barcellona. Altrettanto chiaro che dovremmo analizzare la situazione in maniera razionale partendo dalle enormi ed evidenti differenze tra la storia catalana e la nostra storia.

Catalogna e neoborbonici
Riccardo Pazzaglia e un giovanissimo Gennaro De Crescenzo – fra i fondatori del Movimento Neoborbonico nel 1993

Da quanti anni la storia del Sud è raccontata e divulgata in maniera sistematica e continua? Da quanti anni è ripartito un processo di ricostruzione di un’identità perduta? Più o meno da una ventina di anni e non è un caso che molte delle verità nascoste dalla storia ufficiale o dei simboli identitari siano venuti fuori con la nascita del Movimento Neoborbonico (estate 1993). Prima di allora pochi, eroici ma esigui e isolati centri culturali e pochi eroici e isolati ricercatori che non avevano mai organizzato consenso e divulgazione con una associazione “con un forte grado di penetrazione, strutturata e martellante” (cfr. Gigi Di Fiore, La Nazione Napoletana, 2015, pp. 231 e sgg.).

La vera storia raccontata da Di Fiore, Aprile, Del Boca, Patruno e altri

testi e video - Terroni di Pino Aprile

Esisteva una documentata e appassionata storiografia “borbonica” già dall’indomani dell’unificazione ma episodica e senza finalità di carattere “sociale” e “politico”. Da lì in poi, dal 1993, allora, decine e forse centinaia di associazioni con finalità più o meno simili e più o meno di successo (“I figli dei neoborbonici” citati sempre da Di Fiore nel suo capitolo conclusivo). Importante la svolta, nel 2010, della pubblicazione del best-seller di Pino Aprile “Terroni” dedicato quasi interamente a questi temi.

 

La Nazione Napoletana - Gigi Di FioreImportanti i libri di altri autori e, tra gli altri, quelli di Del Boca o Patruno o lo stesso Di Fiore (dalle sue “Controstorie” all’ultimo citato in precedenza e dedicato proprio alla “identità sudista”). Importante anche la svolta che negli ultimi anni la rete (dai siti ai social) ha garantito alla divulgazione degli stessi temi divenuti in gran parte “maggioritari” nonostante il monopolio totalitario della cultura “ufficiale” e nonostante la cronica mancanza di mezzi soprattutto finanziari.

 

In sintesi un piccolo miracolo non casuale, però, ma dovuto alla caparbietà e alla tenacia di alcuni. In sintesi: idee, tesi, verità, rivendicazioni, simbologie e orgoglio hanno iniziato a nascere a farsi strada dalle nostre parti appena appena da un ventennio (oltre cento gli anni di ritardo rispetto ai Catalani!).

A differenza DELLA cATALOGNA, noi siamo in uno stato di colonia culturale

E ancora a fatica perché, a differenza di quanto accaduto dalle parti di Barcellona, noi siamo rimasti in uno stato di colonia culturale, politica ed economica per oltre un secolo e mezzo con danni sia sulla reattività della gente (vittima spesso della famosa “minorità” abilmente descritta da Pino Aprile) che sulla formazione di classi dirigenti sistematicamente (intellettuali e/o politici che fossero e siano) subalterne al sistema centrale e pronte a difendere i loro interessi e le loro posizioni piuttosto che quelli della gente che avrebbero dovuto e dovrebbero rappresentare in un patto scellerato ma ancora funzionante con il potere centrale (v. le recenti battaglie contro il giorno della memoria).

Gaeta - memoria e identità
Memoria e identità a Gaeta – commemorazione della caduta della Piazzaforte – febbraio 2011
Conclusioni: servono Memoria, Identità, Orgoglio e Riscatto

Conclusioni: riusciremo mai a vedere masse oceaniche che sventolano bandiere delle Due Sicilie per le strade di Napoli? Indipendenza, confederazione, macroregione, federazione… poco importa e saranno scelte future. La priorità assoluta è la diffusione dei 4 punti per i quali ci stiamo battendo (e con un successo dilagante) da anni: Memoria, Identità, Orgoglio, Riscatto.

E non possiamo saltare nessun passaggio. E se li saltassimo, fallendo (come spesso fa chi è convinto di essere più furbo e intelligente degli altri), faremmo danni a tutta la Causa e non solo a noi stessi…. Ecco perché continuiamo a lavorare a testa bassa in giro per il nostro antico Regno con un intervento ogni tre giorni (!). “Non siamo un partito, siamo una Nazione”, dice giustamente il nostro collega di verità e orgoglio, Fiore Marro, una Nazione tutta ancora da ri-costruire, a partire dalla sua identità e dall’orgoglio.

La Catalogna è avanti da decenni

Sono stato a Barcellona diverse volte e posso assicurarvi che sono avanti effettivamente di decenni. Hanno un senso di appartenenza palpabile e ancora tutto da ritrovare, invece, da queste parti. Ecco perché, al contrario di quello che sostengono pochi miopi o pochi invidiosi sterili (e senza seguito) o i pochi “illusi e disillusi di Facebook” (convinti che il mondo sia Facebook), servono ancora le tante battaglie culturali (un occhio all’importanza della lingua e del calcio a Barcellona non sarebbe male…) che combatteremo per i nostri figli e per i nostri nipoti, sempre più sicuri di vincerle se ci saranno, con noi, altri “soldati” come quelli che abbiamo incontrato sulla nostra strada in tutti questi anni.

–Gennaro De Crescenzo

Presidente del Movimento Neoborbonico

Articolo pubblicato su Facebook il 10 ottobre 2017

Nota dei Meridionalisti Democratici

Il prof. De Crescenzo è puntuale nel confronto che ha sviluppato fra la Catalogna e la situazione nei nostri territori. Dobbiamo effettivamente lavorare per ristabilire la Memoria, creare l’Identità, sviluppare l’Orgoglio, e poi determinare il Riscatto della nostra gente.

Come movimento politico comprendiamo bene che oggi è difficilissimo avanzare una proposta di riscatto per la nostra gente. Non ci sono scorciatoie rispetto a quanto scrive il prof. De Crescenzo. Ogni tentativo di avanzare gli interessi politici della nostra gente trova incredibili ostacoli posti dai partiti nazionali italiani.  Questi partiti approfittano del nostro insufficiente senso d’identità. Trovano ancora consenso fra la nostra gente perché non abbiamo ancora raggiunto il terzo punto descritto dal professore: l’Orgoglio.
Il Riscatto, quello politico, economico, sociale e culturale, avverrà solo dopo che la nostra gente avrà raggiunto i primi tre punti.

Petizione giorno della memoria supera quota 10 mila!

petizione memoria - michelina-de-cesare
Petizione memoria - Domenico Iannantuoni
Domenico Iannantuoni

La petizione lanciata da Domenico Iannantuoni per l’istituzione di un Giorno della Memoria per le vittime dell’Unità d’Italia ha superato 10 mila firme.  Tutto in soli 36 giorni e contro una campagna incessante portata avanti da chi, specialmente al Sud, per qualche motivo ha paura della memoria. Da quando i meridionalisti che militano nei 5 Stelle hanno lanciato la proposta in diversi consigli regionali, si è scatenata una campagna di disinformazione sulla proposta.  Eppure il testo dei grillini è scritto in un italiano semplice e molto chiaro. Non parla né di stati preunitari né di ritorno al passato. Non attacca l’Unità d’Italia. Parla dei nostri morti. E così è anche la petizione di Iannantuoni, che i Meridionalisti Democratici hanno sostenuto da subito con l’appello del presidente Domenico Capobianco.

Disuguaglianza territoriale anche per i nostri morti
Unità d'Italia: Fucilazione di Vincenzo Petruzziello. Montefalcione, 1861.
Fucilazione di Vincenzo Petruzziello. Montefalcione, 1861.

Abbiamo notato che chi scrive contro l’istituzione della giornata per la memoria svia sempre il discorso verso i Borbone. La tattica è semplice – spostare l’attenzione dalle vittime dell’Unità d’Italia, ovvero dalle migliaia di contadini massacrati da bersaglieri e carabinieri, ai Borbone.  I morti ci sono stati, sì o no? Quanti furono? Chi li ha uccisi? Per quale motivo?  Non si risponde a queste domande ma si alza lo spauracchio del ritorno dei Borbone. Si fa appello a sinistra contro i “reazionari” borbonici e verso destra per difendere la sacralità dell’unità nazionale dai “separatisti”, sempre borbonici. Pura follia, malafede o incompetenza?

petizione memoria - 1944-Fosse-ArdeatineE così scopriamo che anche per la memoria, c’è la disuguaglianza territoriale. I morti del Sud sono di seconda classe per lo Stato italiano.  I contadini del Sud hanno meno importanza delle vittime delle Foibe uccise dai comunisti di Tito o dei martiri delle Fosse Ardeatine assassinati dai nazisti.  Forse commemorare i morti delle Foibe e delle Fosse Ardeatine fa meno paura perché furono uccisi dagli “stranieri” e non da altri italiani.  Nel caso del Sud Italia, furono i militari italiani ad uccidere altri cittadini del nuovo stato italiano. È forse questo il problema?  O c’è altro?

petizione memoria - foibe

Il peccato originale del risorgimento italiano

Spostare l’attenzione dalle vittime ai regnanti dell’ultimo stato indipendente del Sud è una manifestazione di grande debolezza.  Forse si ha paura di portare a galla il “peccato originale”, mai affrontato, su cui si fonda il racconto “risorgimentale”. Evidentemente la balla della liberazione del sud dai Borbone non è giustificabile se ci furono tanti meridionali uccisi dopo l’unità.  È questo il problema?  Oppure la memoria significa aprire (o riaprire) il discorso sulle profonde differenze fra mazziniani e savoiardi sulla distribuzione delle terre nel Sud, sull’emancipazione dei contadini.  Significa affrontare il brigantaggio come lotta di classe dei contadini contro i latifondisti protetti e arricchiti dal nuovo stato italiano.

petizione memoria - Arresto_Mazzini_1870
Notizia dell’arresto di Giuseppe Mazzini, Gazzetta piemontese del 16 agosto 1870 – da Wikipedia

La storiografia ufficiale tende ad armonizzare l’invasione garibaldina del sud e il sopravvento savoiardo, come se fosse un tutt’uno, parte di un piano strategico concordato.  Repubblicani e monarchici dell’epoca diventano parte integrante di un unico grandioso piano. Ma chi ha la pazienza di leggere la storia in modo critico, vedrà che c’era ben poco in comune fra il repubblicano progressista Giuseppe Mazzini e il monarca sabaudo Vittorio Emanuele.  Un’attenta rilettura porterebbe anche la sinistra italiana (e forse una parte della destra meridionale) a chiedere la rimozione delle statue sabaude, dei nomi di Vittorio Emanuele e di Cavour dalla toponomastica nel Sud (ma forse anche altrove).  Ricordare i nostri morti potrebbe causare notevoli difficoltà per chi ha creato e continua a beneficiare dalla menzogna risorgimentale.

petizione memoria - Sentenza_condanna_Mazzini

Interessi di basso livello contro la giornata della memoria

Oppure il motivo di tanta acredine è molto più banale e semplice, meno politico, meno storico e per nulla intellettuale. È forse economico e di posizionamento istituzionale.  Chi ha costruito la propria posizione intellettuale, la propria associazione culturale, la propria cattedra universitaria sulle balle risorgimentali ha paura della giornata della memoria.

A volte le motivazioni dell’agire umano sono molto più semplici e puerili. Non sono causate da fantomatici complotti mondiali o da associazioni segrete. Sono il risultato di interessi ben visibili e comprensibili.  Come tanti mali che affliggono il nostro Sud.

Gramsci scrisse che “lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono infamare col marchio di «briganti».”  Ma Gramsci ha anche scritto che “la verità è sempre rivoluzionaria”.  E la rivoluzione (meridionale) fa paura a chi ha centri di potere, culturali e non, da proteggere, partendo dalle cattedre passando per le associazioni e finendo con le fondazioni culturali.

La petizione va avanti

E mentre continua il dibattito sul merito dell’istituzione della giornata della memoria, la petizione continua a raccogliere consensi battendo quella contraria, lanciata dalla professoressa Lea Durante, con un rapporto di 7 a 1, come descritto nell’ottimo articolo di Domenico Iannantuoni, pubblicato sulla pagina Facebook,  “Terroni di Pino Aprile”, il 22 settembre 2017.

Andiamo avanti! La verità è sempre rivoluzionaria!

Domenico Capobianco e Tony Quattrone

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Nella foto in evidenza, la brigantessa Michelina Di Cesare,  attiva in Terra di Lavoro; sorpresa ed uccisa assieme ad alcuni compagni nel 1868, il suo cadavere denudato fu esposto sulla piazza principale di Mignano come monito per la popolazione locale (Wikipedia)

La giornata della memoria: il bilancio di Gigi Di Fiore

memoria - Gramsci sui massacri

La giornata della memoria e il Risorgimento, bilancio di un dibattito dai molti fuori tema

di Gigi Di Fiore

Gigi Di Fiore

Sarà stato il caldo, sarà stato il clima vacanziero, ma per tutto il mese di agosto il dibattito sulla proposta del M5S di istituire una giornata per la memoria sulle vittime meridionali negli anni del Risorgimento ha impazzato, scatenando reazioni a non finire su più giornali. Il Mattino compreso, naturalmente. E allora, dopo averne lette davvero tante, ritorno sul tema, su cui sono già intervenuto proprio sulle pagine del Mattino il 12 agosto. Intervengo per tirare un piccolo bilancio personale su quanto letto in questi giorni.

Un dibattito a più voci

Sulla giornata della memoria e il Risorgimento sono intervenuti a più non posso docenti di ruolo e professori emeriti, ricercatori in cerca di ruolo, politici in stand by e politici in attività,  lettori, editori, cultori del sapere, integrati dell’interpretazione storica (tanti) e apocalittici dissonanti o dubbiosi (pochi). Insomma, un dibattito a più voci ed esteso. Non sarà che tutta questa passione conferma come, sulla lettura del Risorgimento e delle sue storie, l’Italia dei particolarismi, dei corporativismi, dei sofismi, si divide ancora?

È probabile e la ragione è evidente: tra i due miti fondanti (c’è anche la Resistenza) della costruzione politica chiamata Italia, il Risorgimento pone questioni ancora irrisolte a 156 anni dall’unificazione. Questioni e ferite aperte: il rapporto nord-sud, le diversità culturali tra le regioni che costituiscono la nostra nazione, le scelte politiche non omogenee tra le diverse aree, il rimpallo di accuse sulle responsabilità dell’arretratezza e delle difficoltà del Mezzogiorno. E si è capito che, su tutte queste questioni, la storia potrebbe fornire ancora un orientamento per capirne di più.
E allora andiamo con ordine, riavvolgendo il nastro dall’inizio.

Riaprire un dibattito sulla storia

In più regioni meridionali, i gruppi consiliari del M5S propongono di istituire una giornata per ricordare le vittime meridionali del processo di unificazione (le “annessioni” al Piemonte, come scriveva Cavour nelle sue lettere). Una provocazione, per tentare di riaprire un dibattito sulla storia e la memoria di quel periodo su cui, forse, la maggioranza degli italiani non ha idee chiare. Già, perché le nozioni (con molti vuoti di memoria per carità di patria) diffuse a scuola non possono più bastare in una nazione ormai matura dopo 156 anni, bisognosa di quel coinvolgimento e quella responsabilizzazione generale che solo una conoscenza reale – non ideologica né mitologica – sulle proprie origini può dare.

Memoria - università di bariLa proposta scatena il finimondo. Il “la” parte da alcuni docenti dell’Università di Bari, proprio la gloriosa accademia dove insegnò Tomaso Pedio che, da lassù, chissà come guarderà a questo dibattito. Ne sono seguiti decine di schioppettanti interventi su più giornali. Li ho riletti, scoprendo a freddo che molti risultano in fotocopia, noiosi copia e incolla, con argomenti ripetuti, tutti utilizzati per censurare la proposta del M5S. Perché la proposta è da bocciare?  Perché la storia devono approfondirla gli storici patentati. E poi, si sa, del Risorgimento si conosce ormai già tutto e quel campionario di nozioni vengono ripetute all’Università, dove però su quegli anni le ricerche nuove sono davvero poche. Le più recenti, chissà perché, sono nate da sollecitazioni e stimoli offerti da pubblicazioni divulgative. E allora – ci si potrebbe chiedere – se tutto è già noto e dibattuto, perché mantenere in vita cattedre di storia del Risorgimento? Mistero…

Ma ricapitoliamo le principali tesi ripetute in questi giorni.

1.  Chi ha presentato la proposta è spinto da spirito neoborbonico, voglia di ritorno al passato in una sorta di leghismo in salsa meridionale;

2.  Lo Stato autonomo e indipendente delle Due Sicilie, riconosciuto da tutte le grandi potenze internazionali dell’epoca, era repressivo, cattivo, retrogrado, oscurantista, e aveva bisogno di essere cancellato (con annessione allo Stato del Piemonte, dove già esisteva un altro Sud: la Sardegna che si presentò all’unificazione senza neanche un metro di linea ferroviaria realizzata), per essere avviato alla civiltà e al progresso. Inutile interrogarsi su come fu esteso il progresso nelle regioni meridionali;

3.  Viene fatto un uso politico della storia, guardando al passato in maniera strumentale e sfruttando le insoddisfazioni e i diffusi malcontenti nel Sud;

4.  Bisogna guardare ai problemi di oggi, piuttosto che andare a rileggere la nostra storia. Argomento in contrasto con il precedente;

5.  Assurdo discutere sugli ideali di quell’unificazione, come del progresso e della civilizzazione portati nel Mezzogiorno, liberato dai cattivi Borbone e finalmente degno, con i Savoia e la classe politica della destra cavouriana, di sedersi nel consesso internazionale del nascente capitalismo industriale.
Insomma, per farla breve, tutto è chiaro sulla nostra identità e anche sulle frammentazioni della nostra nazione, perché quegli eventi sono ormai noti e metabolizzati in modo chiaro da tutti gli italiani, al nord come al sud e al centro. Tra gli italiani, non esistono più divisioni, né pregiudizi, né prevenzioni.

Le scelte che post-unitarie che segnarono il Sud

Un modo di ragionare, sintetizzato nei 5 argomenti principali estrapolati dagli interventi di questo mese, che fa a cazzotti con le finalità culturali di ricerca, apertura e confronto che dovrebbero essere proprie dell’accademia. La questione vera, oltre le formulette e il tifo da stadio (Borbone-Savoia; Garibaldi-Crocco) che non mi ha mai appassionato, è che non si tratta di tornare indietro, non si tratta di idolatrare i Borbone, ma di capire come e quanto le scelte politiche-economiche-militari-sociali post-unitarie segnarono il Sud, quanto su quelle scelte sia stata responsabile la classe dirigente meridionale, quante lacerazioni si crearono con la rivolta contadina chiamata brigantaggio, quanto gli italiani conoscano realmente della loro unificazione oltre le mitizzazioni e le storielle interessate.

Insomma, per concluderla, quanto sono ancora oggi vicini o lontani gli italiani di Bolzano con quelli di Canicattì? Non credo siano questioni chiuse, né da bestemmia eretica. Nessuna lesa maestà al sapere e alle competenze degli storici. Allargare il confronto, la conoscenza anche tra non iniziati e anche fuori dal chiuso di limitate cattedrali del sapere è vero esercizio di democrazia e arricchimento delle coscienze.

Forse c’è chi auspica, invece, italiani sempre più distanti tra loro, frammentati, disinformati, estranei all’approfondimento della loro storia più importante: quella che portò le subnazioni della penisola a diventare un corpo unico politico. E’ la vera differenza, fondamentale, tra il Risorgimento e altri periodi della storia italiana. La svolta della nostra storia contemporanea.

Garibaldi ferito dai soldati italiani o dai borbonici?
memoria - garibaldi ferito dall'esercito italiano
Giuseppe Garibaldi ferito sull’Aspromonte         —  dipinto di Giovanni Fattori (1825-1908)

E, su questo, mi sembra sempre più emblematico l’aneddoto ricordato da Mario Martone nel corso del dibattito, quando ha raccontato di aver incontrato persone convinte che Garibaldi fosse stato ferito all’Aspromonte nel 1862 non dai soldati italiani, ma dai borbonici. Nozioni sbagliate, o radicata prevenzione frutto di una storia insegnata per mitizzazioni e denigrazioni a prescindere? Si vuole ancora questo tipo di conoscenza degli italiani sul nostro Risorgimento? E, se sì, per quali interessi, per quali poteri da preservare? Chiediamocelo, al di là della provocazione della “giornata della memoria”.

Tutti gli articoli di Gigi Di Fiore nel suo blog su “Il Mattino” online

memoria - tommaso pedio

Bandiera confederata contro napoletani e siciliani

bandiera confederata contro italoamericani
La bandiera confederata prima del risveglio storico meridionale

Prima del risveglio storico meridionale, era abbastanza normale che un cittadino del Sud Italia sventolasse la bandiera confederata americana per protestare contro il Nord. La divulgazione storica da parte di Gigi Di Fiore, di Gennaro De Crescenzo, di Pino Aprile e altri ha ormai reso obsoleta la bandiera confederata. Anzi, una lettura attenta della storia rivela come quella bandiera rappresenti il razzismo contro gli ex cittadini del Regno delle Due Sicilie negli USA. Napoletani e siciliani furono le vittime di inaudite violenze, da parte di razzisti difensori della supremazia dei bianchi protestanti, che culminarono anche in linciaggi.

KU KLUX KLAN CONTRO I CATTOLICI
bandiera confederata - kkk minaccia elettori italo-americani
Italo-americani invitati a non votare

 

Molti meridionali non sanno che per il Ku Klux Klan i nemici tradizionali sono gli ebrei, i cattolici e i neri. L’odio nei confronti dei meridionali nel Sud degli USA era simile a quello che oggi manifesta la Lega Nord contro gli immigrati africani e mediorientali.  Oltre a essere cattolici, i meridionali “minacciavano” la cultura dei bianchi protestanti anglosassoni perché “rubavano” il lavoro ai “poveri” bianchi.  La storia evidenzia, invece, che i meridionali andarono a sostituire gli schiavi neri nelle piantagioni della Louisiana, non i lavoratori bianchi.

IL MASSACRO DI NEW ORLEANS

Il 14 luglio 1891, undici siciliani furono linciati dopo essere stati assolti da una giuria per l’accusa di aver assassinato uno sceriffo molto popolare. Gli undici furono prelevati in carcere da parte di circa 150 manifestanti e furono torturati e uccisi. Alcuni furono impiccati, altri sparati, dopo essere stati bastonati. Il capobanda, John Parker, governatore della Louisiana nel 1911, disse dei siciliani: “erano un po’ peggio dei Negri, più sporchi, senza legge e infidi”.

bandiera confederata - linciaggio di new orleans
La folla attacca la prigione per linciare i siciliani – New Orleans – 14 marzo 1891
IL LINCIAGGIO dei siciliani a TALLUlAH

Il 20 luglio 1899, a Talluah, sempre in Louisiana, toccò la stessa sorte a cinque siciliani originari di Cefalù. Frank Defatta aveva ferito un medico locale, il dott. J. Ford Hodge, perché quest’ultimo gli aveva ammazzato una capra che lo infastidiva durante la notte. Defatta era stato avvertito ma continuava a far pascolare liberamente le sue capre, anche presso la residenza del dottore. La notizia del ferimento si era trasformata in assassinio e in pochissimo tempo gli eredi dei soldati confederati massacrarono 5 siciliani. Alla fine, cinque siciliani furono uccisi per un omicidio che non avvenne.  Puro pregiudizio razziale in linea con quello che rappresenta la bandiera confederata.

bandiera confederata - linciaggio di tallulah

Oggi la bandiera confederata negli USA è sventolata primariamente per ribadire la supremazia dei bianchi di religione protestante.  La bandiera confederata va messa nei musei della storia americana e nei cimiteri dei soldati morti combattendo per quel vessillo nella guerra civile USA.

Agli inizi del risveglio meridionalista poteva esserci confusione e qualcuno sventolava il vessillo confederato.  Oggi conosciamo la verità e abbiamo bandiere più belle e significative, come quelle del nostro ultimo stato indipendente.  Pertanto, non c’è spazio nel movimento meridionalista per la bandiera confederata e razzista.

Petizione per la Giornata della Memoria

Petizione - crani museo lombroso
petizione - Capobianco e Citarella
A sinistra, il presidente dei Meridionalisti Democratici, Domenico Capobianco. A destra, il coordinatore campano, Alessandro Citarella

Petizione per l’istituzione della giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia

Il Presidente dei Meridionalisti Democratici, Domenico Capobianco, chiede a tutte le persone di buona volontà di firmare la petizione lanciata da Domenico Iannantuono, presidente del Comitato Tecnico-Scientifico No-Lombroso.

Per firmare la petizione, seguire il questo link: Petizione per l’istituzione del Giorno della Memoria per le vittime dell’Unità d’Italia

Il testo della petizione

Petizione - Giuliano Amato a Pontelandolfo
Giuliano Amato a Pontelandolfo il 14 agosto 2011 porta le scuse dello Stato italiano

Nel 156mo anniversario della strage di Pontelandolfo e Casalduni – da sempre relegata ai margini dei libri di storia, come affermò il presidente Giorgio Napolitano tramite il suo delegato Giuliano Amato, nel 2011, ed emblema di quanto accadde nell’ex Regno delle Due Sicilie per l’unificazione d’Italia – chiediamo ai Presidenti delle Regioni che hanno già approvato l’istituzione del Giorno della Memoria per le vittime innocenti meridionali dell’Unità, di rispettare il voto espresso quasi all’unanimità dai rappresentanti di schieramenti diversi e di milioni di cittadini; e invitiamo i consiglieri e i presidenti delle Regioni che devono ancora esprimersi su mozioni analoghe, di votare secondo coscienza e libertà, ignorando le pressioni di gruppi di potere più o meno dichiarati che vorrebbero condizionare le scelte di istituzioni e assemblee elette dal popolo. Tali gruppi di potere temono il risveglio del popolo meridionale.

Il Giorno della Memoria per le vittime dell’Unità d’Italia, come le iniziative consimili dedicate ad altre comunità travolte da eventi della storia, è occasione di studio su vicende spesso tragiche legate alla storia del meridione, è un momento di riflessione, di pubblico confronto e perché no, condivisione di un dolore negato.

Pagine cancellate dalla storiografia ufficiale

Ci sono pagine talvolta colpevolmente cancellate o trascurate dalla storiografia ufficiale, che conservano spunti significativi e utili per capire (e cambiare) le dinamiche e le scelte di un Paese come l’Italia, forse mai veramente unito, se dal 1860 a oggi, con rari periodi di discontinuità, dà ai nostri giovani la metà dei diritti, dei servizi, delle speranze e delle occasioni concesse ai giovani del resto dell’Italia e dell’Europa.

Se l’oggi è figlio di ieri; questa disparità non può che essere conseguenza di scelte che hanno disegnato un Paese duale, sino a condurlo alla peggiore condizione dal momento dell’Unità: un reddito pro-capite a Sud inferiore di oltre il 40 per cento a quello del Nord (mai successo, se non nell’immediato secondo dopoguerra), un deserto di treni, autostrade, servizi sanitari e fra un po’ anche di università, mentre gli investimenti sono concentrati nella parte del Paese che già gode, grazie alla spesa pubblica, delle migliori condizioni.

Ricucire strappi e ferite

L’istituzione di un giorno dedicato a questi temi, a partire dal sangue che fu versato per annettere l’ex Regno delle Due Sicilie al resto della Penisola, dalle fabbriche distrutte o fatte fallire, con i soldati mandati a uccidere le maestranze di un’azienda gioiello, disgraziatamente napoletana, sarà l’occasione per ricucire strappi e ferite e per affrontare, insieme a chiunque voglia farlo con onestà, i temi più controversi della nostra storia, per poter raggiungere, finalmente, una memoria condivisa che possa essere, per gli italiani tutti, la base su cui ritrovarsi.

Petizione - Comitato No Lombroso

Il Comitato Tecnico Scientifico No Lombroso dice a tutti i lettori: ad oggi oltre 180 Città hanno aderito al Comitato, diverse centinaia di Testimonial di ogni ordine e grado, Vescovi ed Arcivescovi e quasi diecimila sottoscrittori. Giuseppe Villella di Motta Santa Lucia, fu catturato a 69 anni, nel 1864 e inviato nel carcere di Vigevano, mai oppositore della legge; egli morì deportato solo dopo qualche mese dall’incarcerazione…anche questa è memoria dell’uomo!

Visita il sito del Comitato Scientifico No Lomboroso al seguente link: Comitato No Lombroso

Pontelandolfo e Casalduni: la cultura racconta la strage

Pontelandolfo e Casalduni - la strage
Pontelandolfo e Casalduni:  la strage del 14 agosto 1861 raccontata dagli Stormy Six e da Gigi Di Fiore

In occasione della strage di Pontelandolfo e Casalduni, avvenuta per mano dei bersaglieri inviati da Enrico Cialdini, rilanciamo due interventi culturali.  Prima, per chi volesse conoscere i fatti, forniamo i link a due articoli.  Nel primo, Gian Antonio Stella racconta la strage in un articolo pubblicato dal “Corriere della Sera” il 14 agosto 2011.  Nel secondo, il Comune di Pontelandolfo racconta la strage in una pagina del suo sito Internet.

pontelandolfo e casalduni - stormy six

 

Il primo è un pezzo del gruppo musicale milanese, gli Stormy Six, intitolato “Pontelandolfo”.  La canzone fa parte dell’album “L’Unità”, pubblicato nel 1972, che propone una rilettura in chiave anti retorica del Risorgimento italiano.

 

 

 

pontelandolfo e casalduni - gigi di fiore
Conferenza di Gigi Di Fiore a Marcianise nel settembre 2015 – fonte: casertafocus.net

Il secondo è un estratto del primo capitolo del libro di Gigi Di Fiore “1861, Pontelando e Casalduni: un massacro dimenticato”, scritto nel 1998. L’autore ripercorre la strage attraverso l’occhio di due giovani, in un libro a cavallo fra romanzo e ricostruzione storica.

 

 

Gli Stormy Six

Segue “Pontelandolfo” degli Stormy Six.  Ecco il link per leggere il testo della canzone.

 

Gigi di Fiore: un estratto del primo capitolo

 

Pontelandolfo e Casalduni - la strageI SOGNI DI CONCETTA

Il silenzio avvolgeva il buio. E i contorni indefiniti dell’orizzonte familiare si trasformavano, ad occhi chiusi, in bianche nubi, pronte a volare via. Correte, pensieri, correte a impadronirvi del mondo. Correte a dominare la pianura, i boschi insidiosi, i monti sterminati. Correte a seguire la scia di un sogno che non riesce a trovare pace. Erano, come ogni sera, le solite, ineguagliabili, sensazioni di quel piacere intenso a renderla felice. Un piacere, prigioniero della fantasia. Era la magia di Concetta. La magia quotidiana di una notte d’estate. In compagnia di colline lontane. Notte d’estate. A farsi accarezzare, docile, il volto disteso dagli odori delle zolle di terra appena inumidite. Notte d’estate. A socchiudere le palpebre, per nascondere occhi simili a perle scure. Notte d’estate. A fissare, ormai stanca, intensamente quell’immobile manto di stelle, coperta rassicurante e protettiva.

Concetta correva. Correva, anche se immobile, senza che nessuno potesse fermarla, ad afferrare, dentro una stella più vicina alla torre, il viso disteso del suo Pasqualino che le sorrideva dolcemente. Una stella, in un volto distante. Pasqualino: vicino solo nella sua mente, le pareva bellissimo. Quel volto paffuto, appena disturbato da qualche accenno di barba, quei folti riccioli neri erano lassù. Tra migliaia di stelle che ogni tanto, quasi per farle un dispetto, decidevano di lasciare il cielo e abbandonarsi alla terra. Stelle cadenti, compagne di attimi felici.

Pasqualino, Pasqualino. Da quanto tempo aveva lasciato le sue pecore, le sue zolle di terra maledetta per indossare quella strana divisa e correre a sparare per difendere o’rre nuosto ? Un anno, un mese, un giorno? Un’eternità. Pasqualino era chissà dove, lontano da Pontelandolfo e, ora che re Francesco guardava il suo popolo da Roma, Concetta continuava a chiedersi, con ansia, che fine avesse fatto quel suo pastorello. Ma, per dare vita eterna al suo amore, correva ad afferrarlo nella sua stella. A sedici anni i sogni, quando vengono partoriti dalla passione, fanno a pugni con la ragione.

E lei sperava, senza tentennamenti, sempre allo stesso modo, che il suo Pasqualino non fosse tra quei quattromila giovani che si erano illusi di aver regalato la propria vita alla loro Patria. Quelle quattromila carni lacerate dalla polvere dei cannoni, dalle baionette che chiamavano italiane, dalle palle dei fucili imbracciati da altri giovani della stessa età, ma in giubba rossa o divisa azzurra. Morire per la Patria. Già, la Patria. Che strana parola, resa solenne dallo scintillio di bottoni di rame gigliati, bandiere, fucili. Ma illuminata solo dalle lacrime. La Patria: parola che pochi, lì intorno, avrebbero saputo spiegare. Ma c’era andato anche Pasqualino a combattere contro don Peppino Garibaldi e i soldati di quel re straniero: re Vittorio. Pasqualino che la parola Patria non l’aveva neanche mai pronunciata.

(per continuare a leggere l’estratto del libro fare clic su questo link)

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