Catalogna e Due Sicilie così vicine e così lontane

Catalogna: Spagna sì o no?

Rilanciamo l’ottima analisi del prof. Gennaro De Crescenzo sul rapporto fra la situazione della Catalogna e quella dei nostri territori.

Catalogna e Due Sicilie così vicine e così lontane

Nell’attuale mondo delle Due Sicilie sono sempre più numerosi e frequenti commenti, paragoni e discussioni riferiti alla Catalogna. Dopo i recenti fatti di Barcellona, qualche osservazione è più che mai necessaria anche perché sembra quasi che chi non si accoda a questi “parallelismi” lo faccia perché è ostile a certi temi.

catalogna: la rinascita della metà dell’Ottocento

Al di là di radici storiche e culturali profonde e antiche (forse, però, ancora più profonde e antiche per il nostro Regno delle Due Sicilie), intorno alla metà dell’Ottocento la Catalogna (che non ha mai avuto un regno come il nostro) iniziò a vivere la sua “renaixença”, un grande “rinascimento”, con la riscoperta delle tradizioni catalane (dalla lingua alla storia, dall’arte al folclore).

Catalogna: Cartell de la Solidaritat Catalana; candidatura de diputats a corts 1907
Cartell de la Solidaritat Catalana; candidatura de diputats a corts 1907
Pisaroi – La Esquella de la Torratxa, Barcelona, 19.4.1907 num. 1477 -Wikipedia

Nel 1880 iniziano le battaglie di Valentì Admiral, un repubblicano federalista, nel 1907 i primi successi elettorali con “Solidaritat Catalana” (diverse formazioni politiche aggregate su obiettivi comuni) finiti successivamente, però, nel sangue con scontri che causarono centinaia di feriti e di morti. Negli anni ’30 del Novecento prevale la componente antifranchista ed anarchico-estremista divisa tra antisovietici e filosovietici e, dopo le repressioni governative (che rafforzarono i sentimenti catalanisti), solo nel 1971 nasce l’Assemblea de Catalunya e, tra spinte alterne, tra concessioni all’unità spagnola, trattative più o meno vantaggiose (e sconosciute dalle parti della colonia-Sud) e rivendicazioni più accese, si arriva ai giorni nostri e con gli scontri che conosciamo (un boomerang per il governo centrale).

Catalogna - manifestazione per l'indipendenza
Barcellona – manifestazione dell’11 settembre 2017 per l’indipendenza (foto di David Ramos/Getty Images)
La vera storia del Sud raccontata solo da circa 20 anni

Chiaro che chi conosce la storia e ha ritrovato (o trovato) sentimenti “duosiciliani” non può non emozionarsi di fronte a quelle masse oceaniche giallorosse per le strade di Barcellona. Altrettanto chiaro che dovremmo analizzare la situazione in maniera razionale partendo dalle enormi ed evidenti differenze tra la storia catalana e la nostra storia.

Catalogna e neoborbonici
Riccardo Pazzaglia e un giovanissimo Gennaro De Crescenzo – fra i fondatori del Movimento Neoborbonico nel 1993

Da quanti anni la storia del Sud è raccontata e divulgata in maniera sistematica e continua? Da quanti anni è ripartito un processo di ricostruzione di un’identità perduta? Più o meno da una ventina di anni e non è un caso che molte delle verità nascoste dalla storia ufficiale o dei simboli identitari siano venuti fuori con la nascita del Movimento Neoborbonico (estate 1993). Prima di allora pochi, eroici ma esigui e isolati centri culturali e pochi eroici e isolati ricercatori che non avevano mai organizzato consenso e divulgazione con una associazione “con un forte grado di penetrazione, strutturata e martellante” (cfr. Gigi Di Fiore, La Nazione Napoletana, 2015, pp. 231 e sgg.).

La vera storia raccontata da Di Fiore, Aprile, Del Boca, Patruno e altri

testi e video - Terroni di Pino Aprile

Esisteva una documentata e appassionata storiografia “borbonica” già dall’indomani dell’unificazione ma episodica e senza finalità di carattere “sociale” e “politico”. Da lì in poi, dal 1993, allora, decine e forse centinaia di associazioni con finalità più o meno simili e più o meno di successo (“I figli dei neoborbonici” citati sempre da Di Fiore nel suo capitolo conclusivo). Importante la svolta, nel 2010, della pubblicazione del best-seller di Pino Aprile “Terroni” dedicato quasi interamente a questi temi.

 

La Nazione Napoletana - Gigi Di FioreImportanti i libri di altri autori e, tra gli altri, quelli di Del Boca o Patruno o lo stesso Di Fiore (dalle sue “Controstorie” all’ultimo citato in precedenza e dedicato proprio alla “identità sudista”). Importante anche la svolta che negli ultimi anni la rete (dai siti ai social) ha garantito alla divulgazione degli stessi temi divenuti in gran parte “maggioritari” nonostante il monopolio totalitario della cultura “ufficiale” e nonostante la cronica mancanza di mezzi soprattutto finanziari.

 

In sintesi un piccolo miracolo non casuale, però, ma dovuto alla caparbietà e alla tenacia di alcuni. In sintesi: idee, tesi, verità, rivendicazioni, simbologie e orgoglio hanno iniziato a nascere a farsi strada dalle nostre parti appena appena da un ventennio (oltre cento gli anni di ritardo rispetto ai Catalani!).

A differenza DELLA cATALOGNA, noi siamo in uno stato di colonia culturale

E ancora a fatica perché, a differenza di quanto accaduto dalle parti di Barcellona, noi siamo rimasti in uno stato di colonia culturale, politica ed economica per oltre un secolo e mezzo con danni sia sulla reattività della gente (vittima spesso della famosa “minorità” abilmente descritta da Pino Aprile) che sulla formazione di classi dirigenti sistematicamente (intellettuali e/o politici che fossero e siano) subalterne al sistema centrale e pronte a difendere i loro interessi e le loro posizioni piuttosto che quelli della gente che avrebbero dovuto e dovrebbero rappresentare in un patto scellerato ma ancora funzionante con il potere centrale (v. le recenti battaglie contro il giorno della memoria).

Gaeta - memoria e identità
Memoria e identità a Gaeta – commemorazione della caduta della Piazzaforte – febbraio 2011
Conclusioni: servono Memoria, Identità, Orgoglio e Riscatto

Conclusioni: riusciremo mai a vedere masse oceaniche che sventolano bandiere delle Due Sicilie per le strade di Napoli? Indipendenza, confederazione, macroregione, federazione… poco importa e saranno scelte future. La priorità assoluta è la diffusione dei 4 punti per i quali ci stiamo battendo (e con un successo dilagante) da anni: Memoria, Identità, Orgoglio, Riscatto.

E non possiamo saltare nessun passaggio. E se li saltassimo, fallendo (come spesso fa chi è convinto di essere più furbo e intelligente degli altri), faremmo danni a tutta la Causa e non solo a noi stessi…. Ecco perché continuiamo a lavorare a testa bassa in giro per il nostro antico Regno con un intervento ogni tre giorni (!). “Non siamo un partito, siamo una Nazione”, dice giustamente il nostro collega di verità e orgoglio, Fiore Marro, una Nazione tutta ancora da ri-costruire, a partire dalla sua identità e dall’orgoglio.

La Catalogna è avanti da decenni

Sono stato a Barcellona diverse volte e posso assicurarvi che sono avanti effettivamente di decenni. Hanno un senso di appartenenza palpabile e ancora tutto da ritrovare, invece, da queste parti. Ecco perché, al contrario di quello che sostengono pochi miopi o pochi invidiosi sterili (e senza seguito) o i pochi “illusi e disillusi di Facebook” (convinti che il mondo sia Facebook), servono ancora le tante battaglie culturali (un occhio all’importanza della lingua e del calcio a Barcellona non sarebbe male…) che combatteremo per i nostri figli e per i nostri nipoti, sempre più sicuri di vincerle se ci saranno, con noi, altri “soldati” come quelli che abbiamo incontrato sulla nostra strada in tutti questi anni.

–Gennaro De Crescenzo

Presidente del Movimento Neoborbonico

Articolo pubblicato su Facebook il 10 ottobre 2017

Nota dei Meridionalisti Democratici

Il prof. De Crescenzo è puntuale nel confronto che ha sviluppato fra la Catalogna e la situazione nei nostri territori. Dobbiamo effettivamente lavorare per ristabilire la Memoria, creare l’Identità, sviluppare l’Orgoglio, e poi determinare il Riscatto della nostra gente.

Come movimento politico comprendiamo bene che oggi è difficilissimo avanzare una proposta di riscatto per la nostra gente. Non ci sono scorciatoie rispetto a quanto scrive il prof. De Crescenzo. Ogni tentativo di avanzare gli interessi politici della nostra gente trova incredibili ostacoli posti dai partiti nazionali italiani.  Questi partiti approfittano del nostro insufficiente senso d’identità. Trovano ancora consenso fra la nostra gente perché non abbiamo ancora raggiunto il terzo punto descritto dal professore: l’Orgoglio.
Il Riscatto, quello politico, economico, sociale e culturale, avverrà solo dopo che la nostra gente avrà raggiunto i primi tre punti.

Petizione giorno della memoria supera quota 10 mila!

petizione memoria - michelina-de-cesare
Petizione memoria - Domenico Iannantuoni
Domenico Iannantuoni

La petizione lanciata da Domenico Iannantuoni per l’istituzione di un Giorno della Memoria per le vittime dell’Unità d’Italia ha superato 10 mila firme.  Tutto in soli 36 giorni e contro una campagna incessante portata avanti da chi, specialmente al Sud, per qualche motivo ha paura della memoria. Da quando i meridionalisti che militano nei 5 Stelle hanno lanciato la proposta in diversi consigli regionali, si è scatenata una campagna di disinformazione sulla proposta.  Eppure il testo dei grillini è scritto in un italiano semplice e molto chiaro. Non parla né di stati preunitari né di ritorno al passato. Non attacca l’Unità d’Italia. Parla dei nostri morti. E così è anche la petizione di Iannantuoni, che i Meridionalisti Democratici hanno sostenuto da subito con l’appello del presidente Domenico Capobianco.

Disuguaglianza territoriale anche per i nostri morti
Unità d'Italia: Fucilazione di Vincenzo Petruzziello. Montefalcione, 1861.
Fucilazione di Vincenzo Petruzziello. Montefalcione, 1861.

Abbiamo notato che chi scrive contro l’istituzione della giornata per la memoria svia sempre il discorso verso i Borbone. La tattica è semplice – spostare l’attenzione dalle vittime dell’Unità d’Italia, ovvero dalle migliaia di contadini massacrati da bersaglieri e carabinieri, ai Borbone.  I morti ci sono stati, sì o no? Quanti furono? Chi li ha uccisi? Per quale motivo?  Non si risponde a queste domande ma si alza lo spauracchio del ritorno dei Borbone. Si fa appello a sinistra contro i “reazionari” borbonici e verso destra per difendere la sacralità dell’unità nazionale dai “separatisti”, sempre borbonici. Pura follia, malafede o incompetenza?

petizione memoria - 1944-Fosse-ArdeatineE così scopriamo che anche per la memoria, c’è la disuguaglianza territoriale. I morti del Sud sono di seconda classe per lo Stato italiano.  I contadini del Sud hanno meno importanza delle vittime delle Foibe uccise dai comunisti di Tito o dei martiri delle Fosse Ardeatine assassinati dai nazisti.  Forse commemorare i morti delle Foibe e delle Fosse Ardeatine fa meno paura perché furono uccisi dagli “stranieri” e non da altri italiani.  Nel caso del Sud Italia, furono i militari italiani ad uccidere altri cittadini del nuovo stato italiano. È forse questo il problema?  O c’è altro?

petizione memoria - foibe

Il peccato originale del risorgimento italiano

Spostare l’attenzione dalle vittime ai regnanti dell’ultimo stato indipendente del Sud è una manifestazione di grande debolezza.  Forse si ha paura di portare a galla il “peccato originale”, mai affrontato, su cui si fonda il racconto “risorgimentale”. Evidentemente la balla della liberazione del sud dai Borbone non è giustificabile se ci furono tanti meridionali uccisi dopo l’unità.  È questo il problema?  Oppure la memoria significa aprire (o riaprire) il discorso sulle profonde differenze fra mazziniani e savoiardi sulla distribuzione delle terre nel Sud, sull’emancipazione dei contadini.  Significa affrontare il brigantaggio come lotta di classe dei contadini contro i latifondisti protetti e arricchiti dal nuovo stato italiano.

petizione memoria - Arresto_Mazzini_1870
Notizia dell’arresto di Giuseppe Mazzini, Gazzetta piemontese del 16 agosto 1870 – da Wikipedia

La storiografia ufficiale tende ad armonizzare l’invasione garibaldina del sud e il sopravvento savoiardo, come se fosse un tutt’uno, parte di un piano strategico concordato.  Repubblicani e monarchici dell’epoca diventano parte integrante di un unico grandioso piano. Ma chi ha la pazienza di leggere la storia in modo critico, vedrà che c’era ben poco in comune fra il repubblicano progressista Giuseppe Mazzini e il monarca sabaudo Vittorio Emanuele.  Un’attenta rilettura porterebbe anche la sinistra italiana (e forse una parte della destra meridionale) a chiedere la rimozione delle statue sabaude, dei nomi di Vittorio Emanuele e di Cavour dalla toponomastica nel Sud (ma forse anche altrove).  Ricordare i nostri morti potrebbe causare notevoli difficoltà per chi ha creato e continua a beneficiare dalla menzogna risorgimentale.

petizione memoria - Sentenza_condanna_Mazzini

Interessi di basso livello contro la giornata della memoria

Oppure il motivo di tanta acredine è molto più banale e semplice, meno politico, meno storico e per nulla intellettuale. È forse economico e di posizionamento istituzionale.  Chi ha costruito la propria posizione intellettuale, la propria associazione culturale, la propria cattedra universitaria sulle balle risorgimentali ha paura della giornata della memoria.

A volte le motivazioni dell’agire umano sono molto più semplici e puerili. Non sono causate da fantomatici complotti mondiali o da associazioni segrete. Sono il risultato di interessi ben visibili e comprensibili.  Come tanti mali che affliggono il nostro Sud.

Gramsci scrisse che “lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono infamare col marchio di «briganti».”  Ma Gramsci ha anche scritto che “la verità è sempre rivoluzionaria”.  E la rivoluzione (meridionale) fa paura a chi ha centri di potere, culturali e non, da proteggere, partendo dalle cattedre passando per le associazioni e finendo con le fondazioni culturali.

La petizione va avanti

E mentre continua il dibattito sul merito dell’istituzione della giornata della memoria, la petizione continua a raccogliere consensi battendo quella contraria, lanciata dalla professoressa Lea Durante, con un rapporto di 7 a 1, come descritto nell’ottimo articolo di Domenico Iannantuoni, pubblicato sulla pagina Facebook,  “Terroni di Pino Aprile”, il 22 settembre 2017.

Andiamo avanti! La verità è sempre rivoluzionaria!

Domenico Capobianco e Tony Quattrone

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Nella foto in evidenza, la brigantessa Michelina Di Cesare,  attiva in Terra di Lavoro; sorpresa ed uccisa assieme ad alcuni compagni nel 1868, il suo cadavere denudato fu esposto sulla piazza principale di Mignano come monito per la popolazione locale (Wikipedia)

La giornata della memoria: il bilancio di Gigi Di Fiore

memoria - Gramsci sui massacri

La giornata della memoria e il Risorgimento, bilancio di un dibattito dai molti fuori tema

di Gigi Di Fiore

Gigi Di Fiore

Sarà stato il caldo, sarà stato il clima vacanziero, ma per tutto il mese di agosto il dibattito sulla proposta del M5S di istituire una giornata per la memoria sulle vittime meridionali negli anni del Risorgimento ha impazzato, scatenando reazioni a non finire su più giornali. Il Mattino compreso, naturalmente. E allora, dopo averne lette davvero tante, ritorno sul tema, su cui sono già intervenuto proprio sulle pagine del Mattino il 12 agosto. Intervengo per tirare un piccolo bilancio personale su quanto letto in questi giorni.

Un dibattito a più voci

Sulla giornata della memoria e il Risorgimento sono intervenuti a più non posso docenti di ruolo e professori emeriti, ricercatori in cerca di ruolo, politici in stand by e politici in attività,  lettori, editori, cultori del sapere, integrati dell’interpretazione storica (tanti) e apocalittici dissonanti o dubbiosi (pochi). Insomma, un dibattito a più voci ed esteso. Non sarà che tutta questa passione conferma come, sulla lettura del Risorgimento e delle sue storie, l’Italia dei particolarismi, dei corporativismi, dei sofismi, si divide ancora?

È probabile e la ragione è evidente: tra i due miti fondanti (c’è anche la Resistenza) della costruzione politica chiamata Italia, il Risorgimento pone questioni ancora irrisolte a 156 anni dall’unificazione. Questioni e ferite aperte: il rapporto nord-sud, le diversità culturali tra le regioni che costituiscono la nostra nazione, le scelte politiche non omogenee tra le diverse aree, il rimpallo di accuse sulle responsabilità dell’arretratezza e delle difficoltà del Mezzogiorno. E si è capito che, su tutte queste questioni, la storia potrebbe fornire ancora un orientamento per capirne di più.
E allora andiamo con ordine, riavvolgendo il nastro dall’inizio.

Riaprire un dibattito sulla storia

In più regioni meridionali, i gruppi consiliari del M5S propongono di istituire una giornata per ricordare le vittime meridionali del processo di unificazione (le “annessioni” al Piemonte, come scriveva Cavour nelle sue lettere). Una provocazione, per tentare di riaprire un dibattito sulla storia e la memoria di quel periodo su cui, forse, la maggioranza degli italiani non ha idee chiare. Già, perché le nozioni (con molti vuoti di memoria per carità di patria) diffuse a scuola non possono più bastare in una nazione ormai matura dopo 156 anni, bisognosa di quel coinvolgimento e quella responsabilizzazione generale che solo una conoscenza reale – non ideologica né mitologica – sulle proprie origini può dare.

Memoria - università di bariLa proposta scatena il finimondo. Il “la” parte da alcuni docenti dell’Università di Bari, proprio la gloriosa accademia dove insegnò Tomaso Pedio che, da lassù, chissà come guarderà a questo dibattito. Ne sono seguiti decine di schioppettanti interventi su più giornali. Li ho riletti, scoprendo a freddo che molti risultano in fotocopia, noiosi copia e incolla, con argomenti ripetuti, tutti utilizzati per censurare la proposta del M5S. Perché la proposta è da bocciare?  Perché la storia devono approfondirla gli storici patentati. E poi, si sa, del Risorgimento si conosce ormai già tutto e quel campionario di nozioni vengono ripetute all’Università, dove però su quegli anni le ricerche nuove sono davvero poche. Le più recenti, chissà perché, sono nate da sollecitazioni e stimoli offerti da pubblicazioni divulgative. E allora – ci si potrebbe chiedere – se tutto è già noto e dibattuto, perché mantenere in vita cattedre di storia del Risorgimento? Mistero…

Ma ricapitoliamo le principali tesi ripetute in questi giorni.

1.  Chi ha presentato la proposta è spinto da spirito neoborbonico, voglia di ritorno al passato in una sorta di leghismo in salsa meridionale;

2.  Lo Stato autonomo e indipendente delle Due Sicilie, riconosciuto da tutte le grandi potenze internazionali dell’epoca, era repressivo, cattivo, retrogrado, oscurantista, e aveva bisogno di essere cancellato (con annessione allo Stato del Piemonte, dove già esisteva un altro Sud: la Sardegna che si presentò all’unificazione senza neanche un metro di linea ferroviaria realizzata), per essere avviato alla civiltà e al progresso. Inutile interrogarsi su come fu esteso il progresso nelle regioni meridionali;

3.  Viene fatto un uso politico della storia, guardando al passato in maniera strumentale e sfruttando le insoddisfazioni e i diffusi malcontenti nel Sud;

4.  Bisogna guardare ai problemi di oggi, piuttosto che andare a rileggere la nostra storia. Argomento in contrasto con il precedente;

5.  Assurdo discutere sugli ideali di quell’unificazione, come del progresso e della civilizzazione portati nel Mezzogiorno, liberato dai cattivi Borbone e finalmente degno, con i Savoia e la classe politica della destra cavouriana, di sedersi nel consesso internazionale del nascente capitalismo industriale.
Insomma, per farla breve, tutto è chiaro sulla nostra identità e anche sulle frammentazioni della nostra nazione, perché quegli eventi sono ormai noti e metabolizzati in modo chiaro da tutti gli italiani, al nord come al sud e al centro. Tra gli italiani, non esistono più divisioni, né pregiudizi, né prevenzioni.

Le scelte che post-unitarie che segnarono il Sud

Un modo di ragionare, sintetizzato nei 5 argomenti principali estrapolati dagli interventi di questo mese, che fa a cazzotti con le finalità culturali di ricerca, apertura e confronto che dovrebbero essere proprie dell’accademia. La questione vera, oltre le formulette e il tifo da stadio (Borbone-Savoia; Garibaldi-Crocco) che non mi ha mai appassionato, è che non si tratta di tornare indietro, non si tratta di idolatrare i Borbone, ma di capire come e quanto le scelte politiche-economiche-militari-sociali post-unitarie segnarono il Sud, quanto su quelle scelte sia stata responsabile la classe dirigente meridionale, quante lacerazioni si crearono con la rivolta contadina chiamata brigantaggio, quanto gli italiani conoscano realmente della loro unificazione oltre le mitizzazioni e le storielle interessate.

Insomma, per concluderla, quanto sono ancora oggi vicini o lontani gli italiani di Bolzano con quelli di Canicattì? Non credo siano questioni chiuse, né da bestemmia eretica. Nessuna lesa maestà al sapere e alle competenze degli storici. Allargare il confronto, la conoscenza anche tra non iniziati e anche fuori dal chiuso di limitate cattedrali del sapere è vero esercizio di democrazia e arricchimento delle coscienze.

Forse c’è chi auspica, invece, italiani sempre più distanti tra loro, frammentati, disinformati, estranei all’approfondimento della loro storia più importante: quella che portò le subnazioni della penisola a diventare un corpo unico politico. E’ la vera differenza, fondamentale, tra il Risorgimento e altri periodi della storia italiana. La svolta della nostra storia contemporanea.

Garibaldi ferito dai soldati italiani o dai borbonici?
memoria - garibaldi ferito dall'esercito italiano
Giuseppe Garibaldi ferito sull’Aspromonte         —  dipinto di Giovanni Fattori (1825-1908)

E, su questo, mi sembra sempre più emblematico l’aneddoto ricordato da Mario Martone nel corso del dibattito, quando ha raccontato di aver incontrato persone convinte che Garibaldi fosse stato ferito all’Aspromonte nel 1862 non dai soldati italiani, ma dai borbonici. Nozioni sbagliate, o radicata prevenzione frutto di una storia insegnata per mitizzazioni e denigrazioni a prescindere? Si vuole ancora questo tipo di conoscenza degli italiani sul nostro Risorgimento? E, se sì, per quali interessi, per quali poteri da preservare? Chiediamocelo, al di là della provocazione della “giornata della memoria”.

Tutti gli articoli di Gigi Di Fiore nel suo blog su “Il Mattino” online

memoria - tommaso pedio

Bandiera confederata contro napoletani e siciliani

bandiera confederata contro italoamericani
La bandiera confederata prima del risveglio storico meridionale

Prima del risveglio storico meridionale, era abbastanza normale che un cittadino del Sud Italia sventolasse la bandiera confederata americana per protestare contro il Nord. La divulgazione storica da parte di Gigi Di Fiore, di Gennaro De Crescenzo, di Pino Aprile e altri ha ormai reso obsoleta la bandiera confederata. Anzi, una lettura attenta della storia rivela come quella bandiera rappresenti il razzismo contro gli ex cittadini del Regno delle Due Sicilie negli USA. Napoletani e siciliani furono le vittime di inaudite violenze, da parte di razzisti difensori della supremazia dei bianchi protestanti, che culminarono anche in linciaggi.

KU KLUX KLAN CONTRO I CATTOLICI
bandiera confederata - kkk minaccia elettori italo-americani
Italo-americani invitati a non votare

 

Molti meridionali non sanno che per il Ku Klux Klan i nemici tradizionali sono gli ebrei, i cattolici e i neri. L’odio nei confronti dei meridionali nel Sud degli USA era simile a quello che oggi manifesta la Lega Nord contro gli immigrati africani e mediorientali.  Oltre a essere cattolici, i meridionali “minacciavano” la cultura dei bianchi protestanti anglosassoni perché “rubavano” il lavoro ai “poveri” bianchi.  La storia evidenzia, invece, che i meridionali andarono a sostituire gli schiavi neri nelle piantagioni della Louisiana, non i lavoratori bianchi.

IL MASSACRO DI NEW ORLEANS

Il 14 luglio 1891, undici siciliani furono linciati dopo essere stati assolti da una giuria per l’accusa di aver assassinato uno sceriffo molto popolare. Gli undici furono prelevati in carcere da parte di circa 150 manifestanti e furono torturati e uccisi. Alcuni furono impiccati, altri sparati, dopo essere stati bastonati. Il capobanda, John Parker, governatore della Louisiana nel 1911, disse dei siciliani: “erano un po’ peggio dei Negri, più sporchi, senza legge e infidi”.

bandiera confederata - linciaggio di new orleans
La folla attacca la prigione per linciare i siciliani – New Orleans – 14 marzo 1891
IL LINCIAGGIO dei siciliani a TALLUlAH

Il 20 luglio 1899, a Talluah, sempre in Louisiana, toccò la stessa sorte a cinque siciliani originari di Cefalù. Frank Defatta aveva ferito un medico locale, il dott. J. Ford Hodge, perché quest’ultimo gli aveva ammazzato una capra che lo infastidiva durante la notte. Defatta era stato avvertito ma continuava a far pascolare liberamente le sue capre, anche presso la residenza del dottore. La notizia del ferimento si era trasformata in assassinio e in pochissimo tempo gli eredi dei soldati confederati massacrarono 5 siciliani. Alla fine, cinque siciliani furono uccisi per un omicidio che non avvenne.  Puro pregiudizio razziale in linea con quello che rappresenta la bandiera confederata.

bandiera confederata - linciaggio di tallulah

Oggi la bandiera confederata negli USA è sventolata primariamente per ribadire la supremazia dei bianchi di religione protestante.  La bandiera confederata va messa nei musei della storia americana e nei cimiteri dei soldati morti combattendo per quel vessillo nella guerra civile USA.

Agli inizi del risveglio meridionalista poteva esserci confusione e qualcuno sventolava il vessillo confederato.  Oggi conosciamo la verità e abbiamo bandiere più belle e significative, come quelle del nostro ultimo stato indipendente.  Pertanto, non c’è spazio nel movimento meridionalista per la bandiera confederata e razzista.

Petizione per la Giornata della Memoria

Petizione - crani museo lombroso
petizione - Capobianco e Citarella
A sinistra, il presidente dei Meridionalisti Democratici, Domenico Capobianco. A destra, il coordinatore campano, Alessandro Citarella

Petizione per l’istituzione della giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia

Il Presidente dei Meridionalisti Democratici, Domenico Capobianco, chiede a tutte le persone di buona volontà di firmare la petizione lanciata da Domenico Iannantuono, presidente del Comitato Tecnico-Scientifico No-Lombroso.

Per firmare la petizione, seguire il questo link: Petizione per l’istituzione del Giorno della Memoria per le vittime dell’Unità d’Italia

Il testo della petizione

Petizione - Giuliano Amato a Pontelandolfo
Giuliano Amato a Pontelandolfo il 14 agosto 2011 porta le scuse dello Stato italiano

Nel 156mo anniversario della strage di Pontelandolfo e Casalduni – da sempre relegata ai margini dei libri di storia, come affermò il presidente Giorgio Napolitano tramite il suo delegato Giuliano Amato, nel 2011, ed emblema di quanto accadde nell’ex Regno delle Due Sicilie per l’unificazione d’Italia – chiediamo ai Presidenti delle Regioni che hanno già approvato l’istituzione del Giorno della Memoria per le vittime innocenti meridionali dell’Unità, di rispettare il voto espresso quasi all’unanimità dai rappresentanti di schieramenti diversi e di milioni di cittadini; e invitiamo i consiglieri e i presidenti delle Regioni che devono ancora esprimersi su mozioni analoghe, di votare secondo coscienza e libertà, ignorando le pressioni di gruppi di potere più o meno dichiarati che vorrebbero condizionare le scelte di istituzioni e assemblee elette dal popolo. Tali gruppi di potere temono il risveglio del popolo meridionale.

Il Giorno della Memoria per le vittime dell’Unità d’Italia, come le iniziative consimili dedicate ad altre comunità travolte da eventi della storia, è occasione di studio su vicende spesso tragiche legate alla storia del meridione, è un momento di riflessione, di pubblico confronto e perché no, condivisione di un dolore negato.

Pagine cancellate dalla storiografia ufficiale

Ci sono pagine talvolta colpevolmente cancellate o trascurate dalla storiografia ufficiale, che conservano spunti significativi e utili per capire (e cambiare) le dinamiche e le scelte di un Paese come l’Italia, forse mai veramente unito, se dal 1860 a oggi, con rari periodi di discontinuità, dà ai nostri giovani la metà dei diritti, dei servizi, delle speranze e delle occasioni concesse ai giovani del resto dell’Italia e dell’Europa.

Se l’oggi è figlio di ieri; questa disparità non può che essere conseguenza di scelte che hanno disegnato un Paese duale, sino a condurlo alla peggiore condizione dal momento dell’Unità: un reddito pro-capite a Sud inferiore di oltre il 40 per cento a quello del Nord (mai successo, se non nell’immediato secondo dopoguerra), un deserto di treni, autostrade, servizi sanitari e fra un po’ anche di università, mentre gli investimenti sono concentrati nella parte del Paese che già gode, grazie alla spesa pubblica, delle migliori condizioni.

Ricucire strappi e ferite

L’istituzione di un giorno dedicato a questi temi, a partire dal sangue che fu versato per annettere l’ex Regno delle Due Sicilie al resto della Penisola, dalle fabbriche distrutte o fatte fallire, con i soldati mandati a uccidere le maestranze di un’azienda gioiello, disgraziatamente napoletana, sarà l’occasione per ricucire strappi e ferite e per affrontare, insieme a chiunque voglia farlo con onestà, i temi più controversi della nostra storia, per poter raggiungere, finalmente, una memoria condivisa che possa essere, per gli italiani tutti, la base su cui ritrovarsi.

Petizione - Comitato No Lombroso

Il Comitato Tecnico Scientifico No Lombroso dice a tutti i lettori: ad oggi oltre 180 Città hanno aderito al Comitato, diverse centinaia di Testimonial di ogni ordine e grado, Vescovi ed Arcivescovi e quasi diecimila sottoscrittori. Giuseppe Villella di Motta Santa Lucia, fu catturato a 69 anni, nel 1864 e inviato nel carcere di Vigevano, mai oppositore della legge; egli morì deportato solo dopo qualche mese dall’incarcerazione…anche questa è memoria dell’uomo!

Visita il sito del Comitato Scientifico No Lomboroso al seguente link: Comitato No Lombroso

Pontelandolfo e Casalduni: la cultura racconta la strage

Pontelandolfo e Casalduni - la strage
Pontelandolfo e Casalduni:  la strage del 14 agosto 1861 raccontata dagli Stormy Six e da Gigi Di Fiore

In occasione della strage di Pontelandolfo e Casalduni, avvenuta per mano dei bersaglieri inviati da Enrico Cialdini, rilanciamo due interventi culturali.  Prima, per chi volesse conoscere i fatti, forniamo i link a due articoli.  Nel primo, Gian Antonio Stella racconta la strage in un articolo pubblicato dal “Corriere della Sera” il 14 agosto 2011.  Nel secondo, il Comune di Pontelandolfo racconta la strage in una pagina del suo sito Internet.

pontelandolfo e casalduni - stormy six

 

Il primo è un pezzo del gruppo musicale milanese, gli Stormy Six, intitolato “Pontelandolfo”.  La canzone fa parte dell’album “L’Unità”, pubblicato nel 1972, che propone una rilettura in chiave anti retorica del Risorgimento italiano.

 

 

 

pontelandolfo e casalduni - gigi di fiore
Conferenza di Gigi Di Fiore a Marcianise nel settembre 2015 – fonte: casertafocus.net

Il secondo è un estratto del primo capitolo del libro di Gigi Di Fiore “1861, Pontelando e Casalduni: un massacro dimenticato”, scritto nel 1998. L’autore ripercorre la strage attraverso l’occhio di due giovani, in un libro a cavallo fra romanzo e ricostruzione storica.

 

 

Gli Stormy Six

Segue “Pontelandolfo” degli Stormy Six.  Ecco il link per leggere il testo della canzone.

 

Gigi di Fiore: un estratto del primo capitolo

 

Pontelandolfo e Casalduni - la strageI SOGNI DI CONCETTA

Il silenzio avvolgeva il buio. E i contorni indefiniti dell’orizzonte familiare si trasformavano, ad occhi chiusi, in bianche nubi, pronte a volare via. Correte, pensieri, correte a impadronirvi del mondo. Correte a dominare la pianura, i boschi insidiosi, i monti sterminati. Correte a seguire la scia di un sogno che non riesce a trovare pace. Erano, come ogni sera, le solite, ineguagliabili, sensazioni di quel piacere intenso a renderla felice. Un piacere, prigioniero della fantasia. Era la magia di Concetta. La magia quotidiana di una notte d’estate. In compagnia di colline lontane. Notte d’estate. A farsi accarezzare, docile, il volto disteso dagli odori delle zolle di terra appena inumidite. Notte d’estate. A socchiudere le palpebre, per nascondere occhi simili a perle scure. Notte d’estate. A fissare, ormai stanca, intensamente quell’immobile manto di stelle, coperta rassicurante e protettiva.

Concetta correva. Correva, anche se immobile, senza che nessuno potesse fermarla, ad afferrare, dentro una stella più vicina alla torre, il viso disteso del suo Pasqualino che le sorrideva dolcemente. Una stella, in un volto distante. Pasqualino: vicino solo nella sua mente, le pareva bellissimo. Quel volto paffuto, appena disturbato da qualche accenno di barba, quei folti riccioli neri erano lassù. Tra migliaia di stelle che ogni tanto, quasi per farle un dispetto, decidevano di lasciare il cielo e abbandonarsi alla terra. Stelle cadenti, compagne di attimi felici.

Pasqualino, Pasqualino. Da quanto tempo aveva lasciato le sue pecore, le sue zolle di terra maledetta per indossare quella strana divisa e correre a sparare per difendere o’rre nuosto ? Un anno, un mese, un giorno? Un’eternità. Pasqualino era chissà dove, lontano da Pontelandolfo e, ora che re Francesco guardava il suo popolo da Roma, Concetta continuava a chiedersi, con ansia, che fine avesse fatto quel suo pastorello. Ma, per dare vita eterna al suo amore, correva ad afferrarlo nella sua stella. A sedici anni i sogni, quando vengono partoriti dalla passione, fanno a pugni con la ragione.

E lei sperava, senza tentennamenti, sempre allo stesso modo, che il suo Pasqualino non fosse tra quei quattromila giovani che si erano illusi di aver regalato la propria vita alla loro Patria. Quelle quattromila carni lacerate dalla polvere dei cannoni, dalle baionette che chiamavano italiane, dalle palle dei fucili imbracciati da altri giovani della stessa età, ma in giubba rossa o divisa azzurra. Morire per la Patria. Già, la Patria. Che strana parola, resa solenne dallo scintillio di bottoni di rame gigliati, bandiere, fucili. Ma illuminata solo dalle lacrime. La Patria: parola che pochi, lì intorno, avrebbero saputo spiegare. Ma c’era andato anche Pasqualino a combattere contro don Peppino Garibaldi e i soldati di quel re straniero: re Vittorio. Pasqualino che la parola Patria non l’aveva neanche mai pronunciata.

(per continuare a leggere l’estratto del libro fare clic su questo link)

Per acquistare il libro di Gigi Di Fiore “1861. Pontelandolfo e Casalduni: Un massacro dimenticato”, disponibile anche in version ebook: fare clic su questo link

 

Memoria storica: il no degli accademici organici al potere

Memoria storica

Studiare la storia serve anche per convalidare o rigettare quanto viene tramandato attraverso la memoria storica.  Da napoletano-americano, cresciuto nel rispetto della bandiera americana, non ho mai trovato alcun ostacolo da parte dei miei professori nell’approfondire i crimini commessi dagli USA.  Abbiamo massacrato gli indiani, abbiamo portato schiavi dall’Africa nel nuovo mondo, abbiamo gettato due bombe atomiche sui civili in Giappone, a guerra quasi finita.

memoria storica - allende
Salvador Allende durante il golpe militare dell’11 settembre 1973

E così anche dopo aver finito gli studi: ho letto del nostro appoggio ai fascisti cileni che hanno assassinato Salvador Allende.  Ho letto dei massacri in Vietnam e, più recentemente, ho pianto per le torture di Abu Grahid in Iraq. Per gli avvenimenti del passato, le informazioni arrivano attraverso le università e, per quelli attuali, attraverso la stampa. Spesso arrivano da entrambi.  La ricerca della verità negli USA è molto seria ed è allergica alle influenze politiche, sia per le cose del passato, sia per quelle correnti. E quando la politica “sporca” la verità, il mondo accademico reagisce, come sta facendo ora contro la manipolazione della verità, storica e non, da parte del presidente Donald Trump.

Non capisco le reazioni di alcuni accademici contro la proposta del Movimento 5 Stelle di istituire una giornata per la memoria delle vittime meridionali dell’Unità. Sono accademici del Sud, non del Nord.  Perché accanirsi tanto su una questione di memoria storica? La risposta l’ho trovata in due articoli pubblicati oggi su “Il Mattino” e nella versione pugliese del “Corriere del Mezzogiorno”.  Il primo a firma di Gigi Di Fiore e il secondo di Pino Aprile (seguire i due link per leggere gli articoli).

memoria storica - titolo articolo di gigi di fiore 12 agosto 2017 il mattino
Il titolo dell’articolo di Gigi Di Fiore pubblicato a pagina 16 de “Il Mattino” del 12 agosto 2017
La storia che giustifica associazioni e finanziamenti

Gigi Di Fiore, storico inviato speciale de “Il Mattino” e autore di numerosi libri sul periodo risorgimentale, invita l’università ad aprirsi: “Se l’università si apre all’esterno, senza rinchiudersi in se stessa, non potrà che trarne beneficio. Ma se permangono chiusure di privilegi a difesa di una lettura univoca della storia, che giustifica associazioni e finanziamenti, non si arriverà mai a una storia condivisa e ad un allargamento della conoscenza di come diventammo tutti cittadini di una sola Nazione. Perciò, nella sua provocazione, la giornata della memoria non può che essere proposta di confronto allargato.”

Condivido in pieno l’invito di Gigi Di Fiore: “Ecco, discutiamo su questi temi, ma allarghiamo la discussione a non specialistici convegni, se vogliamo ritrovare le ragioni ideali dello stare tutti assieme, in ogni latitudine geografica, in questo Paese. E, se la proposta del M5S ha fatto da sprone a questo dibattito (seppure tra banali semplificazioni e sciocchezze), avviato da quasi un mese, probabilmente un suo obiettivo lo ha raggiunto.”

memoria storica - pino aprile corriere del mezzogiorno - puglia
Il titolo dell’articolo di Pino Aprile pubblicato a pagina 8 dell’edizione pugliese del “Corriere del Mezzogiorno” del 12 agosto 2017
Idea padronale della storia

Pino Aprile, il giornalista che ha magistralmente rilanciato il tema della rivisitazione storica del Risorgimento con il best seller “Terroni”, è molto pungente nella sua disamina:

“Si pretende di escludere «ingerenze» non accademiche nel Giorno della Memoria, accampando «saperi e competenze». Che vanno riconosciuti, ma non generalizzati. Prendi le stragi di Pontelandolfo, Casalduni, Bronte e tante altre. Se sapevano e non ce l’hanno detto, ma saranno competenti, ma pure reticenti. Se non sapevano, le competenze sono millantate (ricordo un noto docente, che ai suoi colleghi disse: «Sto nell’università da 40 anni e per sapere di Pontelandolfo e Casalduni dovevo leggere Terroni?»). A chi, titolato, stesse per offendersi, ricordo che è stato il presidente della Repubblica a parlare di massacro relegato ai margini dei libri di storia (scritti da…?).”

“Dopo 156 anni di reticenza, fa paura un Giorno della Memoria, che potrebbe «dividere il Paese». Detto da chi tacque su «20 milioni di fucili» leghisti e tace sul referendum lombardo-veneto.”

“Un’idea molto padronale della storia (vizietto di autoeletti che vogliono far «la rivoluzione senza il popolo e contro il popolo»). Si rassegnino i mille: gli altri esistono e hanno volontà e intelligenza.”

Nostra memoria: Italia come la Turchia con gli Armeni e i curdi?

Tutti le popolazioni hanno le loro giornate della memoria per ricordare chi è stato ucciso o per piangere una patria perduta.  Non farò la lista qui perché ce ne sono già tante in rete. È incredibile, tuttavia, che un paese maturo e democratico come l’Italia non voglia fare i conti con il suo passato.

In Italia non ci sono rischi di secessioni sudiste (quella nordista si è dimostrata una bufala), o di restaurazioni borboniche.  I Borbone hanno un eccellente rapporto con la Repubblica Italiana anche attraverso l’Ordine Costantiniano, riconosciuto dallo Stato. Sono tanti i militari italiani che si fregiano del nastrino dell’Ordine, portato in modo ufficiale sull’uniforme.  Vorrei invece ricordare che si rischia di finire come la Turchia, che non riconosce né il genocidio del popolo armeno,la nazione curda.  In Turchia è vietato parlare dell’uno e dell’altro. Questo è forse quello che vorrebbero gli accademici del Sud che si stanno agitando tanto contro la giornata della memoria?

MEMORIA STORICA ED EMIGRAZIONE
nostra memoria all'estero - la brigantessa Michelina De Cesare
Un poster della brigantessa Michelina De Cesare in un bar a Filadelfia. Foto pubblicata da “Il Mattino”, pagina 17, del 12 agosto 2017.

Le comunità degli immigranti che vivono la realtà del paese d’adozione conoscono bene questo processo. Da napoletano-americano mi sono sempre chiesto perché sono nato in America, nella grande Mela, a New York, e non a Napoli o in Calabria. Senza memoria storica una comunità perde la sua identità.

Da napoletano-americano, la mia ricerca continuerà per capire perché sono nato negli USA e non a Napoli o in Calabria.  I miei antenati, partiti fra il 1890 e il 1905, probabilmente dovettero scegliere anche loro fra “emigranti o briganti”. Scelsero di andare via. E questo i signori accademici non potranno negarlo. Né nel caso dei miei antenati, né per i  milioni di napoletani e siciliani nati nella diaspora.

–articolo di Tony Quattrone

La foto in evidenza: New York City’s ‘Little Italy’. Mulberry Street, Lower East Side, circa 1900 – fonte Library of Congress

L’articolo di Gigi Di Fiore:

memoria storica - Gigi Di Fiore pag 16 Il Mattino 12 agosto 2017
Gigi Di Fiore –“Il Mattino” — pagina 16 — 12 agosto 2017

 

memoria storica -Gigi Di Fiore pag 17 Il Mattino 12 agosto 2017
Gigi Di Fiore -“Il Mattino” — pagina 17 –12 agosto 2017

 

L’articolo di Pino Aprile

memoria storica - 20170812 Pino Aprile Corr del Mezz Puglia pag 1
Pino Aprile — Corriere del Mezzogiorno — Edizione Puglia — pagina 1 — 12 agosto 2017

memoria storica - 20170812 Pino Aprile Corr d Mezz ed Puglia p.8

La nostra memoria: replica di Gennaro De Crescenzo

ignorare la storia fa male al sud

gennaro de crescenzoIl giorno della nostra memoria: la replica del prof. Gennaro De Crescenzo, presidente del Movimento Neoborbonico agli articoli pubblicati negli scorsi giorni su “Il Mattino” contro l’istituzione della giornata per la memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia.

di Gennaro De Crescenzo

REPLICA INVIATA AL “MATTINO” NELLO (STRANO) DIBATTITO A 4 VOCI (MA UNA SOLA TESI, CONTRARIA).

25 mila battute contro il giorno della nostra memoria

Premesso che noi tutti forse dovremmo ringraziare il M5S per aver presentato in diverse regioni la proposta di un giorno della memoria (“nostra” come “neoborbonica” ma anche meridionale e italiana) per le vittime meridionali dell’unità d’Italia aprendo, sui maggiori quotidiani italiani, un dibattito utile e interessante a più voci, qualche osservazione sul dibattito a quattro voci (ma una sola tesi contraria al giorno della memoria:

Massimo Adinolfi, Gianfranco Viesti, Raffaele Nigro, Adriano Giannola per totale di circa 25.000 battute per 5 paginate intere) sul Mattino del 7, 8 e 9 agosto 2017, potrebbe essere opportuna (anche per una minima e democratica “par condicio” e dopo i numerosi riferimenti ai neoborbonici).

giorno della nostra memoria
Il Mattino – 10 agosto 2017 – pagina 14
Trono per i  Borbone o memoria storica?

Davvero qualcuno nel pieno delle facoltà mentali può pensare che qualcun altro stia preparando un trono per un Borbone o che abbia costruito macchine del tempo per tornare nel passato? Davvero qualcuno può ipotizzare che non si tratti, invece, di un giorno per la riflessione e lo studio di questioni (meridionali) trascurate e irrisolte da 150 anni senza alcuna discontinuità dal 1860 ad oggi? Qualcuno davvero pensa che questo “revival sudista” possa toccare “i fondamenti di legittimazione della memoria pubblica nazionale”?

Allora davvero qualcuno in questi 150 anni ha avuto un ruolo non da storico-ricercatore ma da sacerdote-custode delle sacre e inviolabili scritture garibaldine-cemento nazionale? E quindi se scoprivi, magari, le stragi di Pontelandolfo o di Pietrarsa o la deportazione di migliaia di soldati o civili del Sud dovevi nascondere tutto?

Gli errori di ADRIANO Giannola
giorno della nostra memoria - cimitero confederato
Giannola ignora la memoria degli Stati del Sud degli USA dove esistono cimiteri confederati – nella foto, il cimitero di Appomattox Court House National Historical Park

A questo proposito, allora, qualcuno avverta Giannola che (al contrario di quanto afferma lui) negli USA (a prescindere dal fatto che non ci sono stati 150 anni di disparità come in Italia) diversi stati celebrano il loro Confederate Memorial Day e da decenni (al contrario di quanto avvenuto in Italia) il Memorial Day celebra vittime sudiste e nordiste.

Giorno della nostra memoria: chi ha paura?

Ma qualcuno può veramente essere preoccupato perché quella mozione è stata proposta dal M5S, “una forza politica accreditata di un consenso crescente” ed è stata approvata quasi all’unanimità da tutte le forze politiche? Eppure mi pare che si chiami “democrazia” e se un’assemblea eletta decide una cosa, chi sta fuori può dissentire ma dovrebbe rispettarla.

Strano, del resto, che qualcuno si sia ricordato e preoccupato solo ora dei revisionisti, dopo circa 6 anni dalla pubblicazione del famoso “Terroni” di Pino Aprile e dopo oltre 20 anni di attività neoborboniche… Non una parola, del resto, abbiamo letto neanche quando qualche collega accademico degli accademici contrari ha esposto tesi molto simili alle nostre (Tanzi o Davis tra gli altri). E se “non si deve rispondere ai pregiudizi antimeridionali con la mitologia”, forse è meglio non rispondere per niente come ha fatto la cultura ufficiale con i danni che sappiamo?

Giorno della nostra memoria “condivisa”?

Esiste davvero l’obbligo di una memoria “condivisa”? In quale legge dello stato italiano? E c’è un ufficio apposito al quale rivolgersi per sapere se una memoria è condivisibile o se la memoria (citando il titolo del Mattino) è o no “inutile”? E noi che pensavamo che le censure fossero roba da storici “sabaudisti” o da Minculpop! È più “pericoloso”, come sostiene ipoteticamente Viesti, “l’orgoglio locale” o il rischio concreto (v. Istat) che il Sud diventi un deserto? E se la storia oggi soffre di “presentismo” (Adinolfi), perché mai accusare i revisionisti di “passatismo”?

E per giunta mentre in Lombardia e Veneto si fanno referendum per l’autonomia appoggiati da accademici e maggioranze traversali? È davvero “libera e plurale” una ricerca storica che ricerca firme per impedire un giorno della memoria? È proprio sicuro che non serva un sano e chiaro “rivendicazionismo” di fronte a milioni di giovani ai quali, al Sud, non diamo (da 150 anni) prospettive diverse dall’emigrazione?

Nigro svia l’attenzione sulle vittime dei romani e dei barbari
la nostra memoria - raffaele nigro
“Il Mattino” – 9 agosto 2017 – pagina 16 – il titolo dell’articolo di Raffele Nigro

Davvero qualcuno (Nigro) può ironizzare sulle “mancate” memorie delle vittime di Romani o Barbari come se non conoscesse i legami forti e attuali che hanno, invece, le vittime (e i danni) dell’unificazione italiana con le relative, attuali, irrisolte e drammatiche questioni meridionali? Davvero qualcuno (ancora Nigro) può pensare che il revisionismo sia come il leghismo confondendo piani culturali e politici e dimenticando che non abbiamo tracce di revisionisti/neoborbonici neanche nei condomini dei loro palazzi mentre Bossi e compagni (non se n’è accorto?) hanno governato e governano anche a livello nazionale?

Qualcuno può spiegare a Nigro (tranquillizzandolo) che non c’è alcuna “passione sanguinaria” nel racconto di una storia diversa del nostro Sud e neanche una “nazione separatista”? Può ricordargli che questo Paese purtroppo è disunito da 150 anni e non per colpa dei neoborbonici? Magari si sarà distratto scrivendo i suoi (bellissimi) romanzi e non avrà saputo che i giovani del Sud da 150 anni hanno la metà dei diritti, dei servizi, del lavoro, delle occasioni e delle speranze di quelli del resto dell’Italia e dell’Europa?

È finito il tempo degli archivi chiusi
la nostra memoria - revival borbonico
“Il Mattino” – 10 agosto 2017 – pagina 15

E lo dicono le nostre famiglie e l’Istat, non i neoborbonici ed è su questo che si dovrebbero aprire i dibattiti (per mesi!), non su un semplice giorno della memoria. E magari è sui partiti che hanno governato e governano che si dovrebbero organizzare “processi” e non su chi non ha mai governato e propone anche (n.b. “anche” e non solo, ovviamente) dei semplici giorni della memoria. Del resto ci rendiamo conto che è difficile convincere chi come Nigro, forse, vorrebbe perpetuare la rassegnazione meridionale e scrive (lo ha scritto davvero) che se si insiste sulle rivendicazioni “i giovani meridionali, una volta diventati maggiorenni, non potranno più fuggire nel Nord”.

Nessun “vampirismo”, allora (Nigro conosce le tradizioni terrone e sa che dalle nostre parti usiamo molto aglio e, tra l’altro, io non amo la carne e mi risulta che Pino Aprile sia addirittura vegetariano!), ma solo la consapevolezza che forse è finito il tempo dei “briganti romantici” che lui così bene ha raccontato e che gli diedero giustamente fama e onori; è finito il tempo degli “archivi chiusi fino a 20 anni fa per la quiete dell’Italia” (ha scritto anche questo sorvolando sul fatto che si trattava della quiete dell’Italia del Nord e di mistificazioni & censure e della conseguente rassegnazione dalle parti del Sud).

Unire finalmente l’Italia

Forse è solo iniziato il tempo del racconto di una storia associata ad un orgoglio che possa finalmente unire l’Italia in una “par condicio” doverosa dopo un secolo e mezzo. Forse “il revisionismo egemonico” (lo ha scritto uno dei “vostri” e lo ha confermato tempo fa Galli della Loggia), pur senza politici “amici”, pur senza soldi, senza cattedre universitarie, senza case editrici o tv e giornali alle spalle, è semplicemente il frutto della vostra “disattenzione” verso il Sud sia come classi dirigenti che come “formatori” (e avrebbe senso l’autocritica e non la critica astiosa).

Tutto qui

Tutto qui. E (passata la bufera di questo surreale dibattito) continueremo, con o senza le istituzioni (rispettando anche le loro votazioni), da volontari, senza finanziamenti pubblici e senza apparentamenti elettoralistici, il nostro libero, bellissimo e prezioso lavoro di ricerca e divulgazione con le tre tappe che siamo prefissi e che (evidentemente) con successo stiamo raggiungendo non per noi ma per i nostro figli (io ne ho due ancora piccole) e forse per i nostri nipoti: Memoria Orgoglio e Riscatto.

Prof. Gennaro De Crescenzo, presidente Movimento Neoborbonico

Strage di Pietrarsa: 6 agosto 1863

Strage di Pietrara - La via a San Giorgio a Cremano

Oggi, 6 agosto, è l’anniversario della strage di Pietrarsa, quando un battaglione di bersaglieri italiani aprì il fuoco sui lavoratori napoletani in sciopero. Furono uccisi quattro operai: Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Domenico Del Grosso, Aniello Olivieri. Ci furono anche 20 feriti. Le officine di Pietrarsa, ex stabilimento borbonico di locomotive e materiale ferroviario, erano l’orgoglio dell’ingegneria nel Regno delle Due Sicilie.  Oggi le officine ospitano lo spettacolare Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa.

Seguono alcuni video e l’articolo che oggi lo storico e l’inviato speciale de “Il Mattino” Gigi Di Fiore ha pubblicato sul blog online del giornale.

Strage di Pietrarsa: canzone degli Stormy Six nel 1972

Il primo video è  del brano del gruppo milanese degli Stormy Six, pubblicato nel 1972, che descrive magistralmente la tragica giornata del 6 agosto 1863, quando le legittime aspirazioni degli operai di Portici furono soffocate nel sangue dai bersaglieri.

Strage di Pietrarsa: la toponomastica napoletana

Il secondo è un video girato il Primo Maggio 2017 nel quartiere napoletano di San Giovanni a Teduccio.  Qui, l’amministrazione comunale di Napoli ha intitolato una piazza ai “Martiri di Pietrarsa”.  La piazza si trova nell’intersezione tra Via Taverna del Ferro e Via Domenico Atripaldi (quartiere San Giovanni a Teduccio). E’ nei pressi del parco Massimo Troisi.

Strage di Pietrarsa: Mauro Moretti onora i nostri martiri

Il terzo video è  l’intervento di Mauro Moretti, Presidente della Fondazione FS Italiane, il 31 marzo 2017 a Pietrarsa.  “Nel 1840 questo luogo era una sorta di Silicon Valley italiana, naturalmente per quella tecnologia rapportata all’oggi. Luogo del primato tecnologico…”

“I lavoratori di Pietrarsa consapevoli del patrimonio industriale qui installato e della relativa superiorità tecnologica, diremmo oggi, raggiunta, lottarono contro la delocalizzazione delle attività a vantaggio dell’industria del Nord voluto dai Sabaudi. Lotte culminate nel 1863, il 6 agosto, con la carica dei Bersaglieri che causò 7 morti e 20 feriti gravi tra i lavoratori. Fu un evento che io ritengo spartiacque, quasi dimenticato, di quella questione meridionale che ancora oggi è il più vero e difficile problema nazionale e, probabilmente, sempre più lo sarà in vista dell’Europa a più velocità.”

Strage di Pietrarsa: Gigi Di Fiore sull’importanza della memoria nella storia

“La dismissione” nell’anniversario dell’eccidio di Pietrarsa: Ermanno Rea e l’importanza della memoria

di Gigi Di Fiore

Gigi Di Fiore durante una conferenza
Gigi Di Fiore alla presentazione del suo ultimo libro “Briganti” il 5 luglio 2017 a Pozzuoli

Oltre le chiuse e polverose polemiche accademiche, sterili e utili solo a se stesse, c’è tutto un mondo di sensibilità e culture aperto alla storia senza etichette. Alla memoria del proprio passato e delle proprie identità politico-sociali.

Una riflessione doverosa, il 6 agosto, giorno di ricorrenza del famoso eccidio degli operai di Pietrarsa dinanzi la loro fabbrica nel 1863. Non voglio, ancora una volta, ricordare cosa avvenne. La premessa dà il senso al mio blog, in questo giorno.

Strage di Pietrarsa - La dismissione
Gigi Di Fiore parla del libro di Ermanno Rea nel suo articolo sulla memoria

Il senso si chiama “La dismissione”, il bellissimo libro che uno scrittore e fine intellettuale di sinistra, come Ermanno Rea, scrisse nel 2002 in maniera partecipata sulla chiusura dell’Italsider di Bagnoli. Un libro sulla fine della cultura operaia, sui pericoli legati alle fabbriche che non ci sono più con conseguenze nefaste per il sistema sociale che si nutre di lavoro.

Senza lavoro, senza cultura operaia, si aprono enormi varchi d’inserimento per il crimine organizzato, si scatenano affari illeciti alimentati dal mercato della disperazione. Poteva mai, Ermanno Rea, parlare di morte dell’Italsider, senza dare uno sguardo al primo episodio emblematico su quella che chiama “la fabbrica negata” nel Sud?

Continua a leggere questo articolo di Gigi Di Fiore facendo clic su questo link

Altri articoli e documenti

Per altre informazioni su Pietrarsa e su quanto sia stato fatto negli ultimi anni e per riscoprire la memoria, vi inviamo al blog di Angelo Forgione, dove troverete diversi articolo molto ben documentati dello scrittore napoletano:  Pietrarsa nel blog di Angelo Forgione

Consigliamo anche la lettura dell’articolo di Gigi Di Fiore pubblicato l’anno scorso, il 28 luglio 2016, intitolato:
L’anniversario dei martiri di Pietrarsa e le strumentali polemiche in Rete

strage di pietrarsa - San Giorgio a Cremano - via martiri pietrarsa
La targa posta a San Giorgio il 19 dicembre 2015 dall’amministrazione del Sindaco Giorgio Zinno.

Il 19 dicembre 2015, a 152 anni dal massacro che in pochi tendono a ricordare, il sindaco di San Giorgio a Cremano, Giorgio Zinno, e l’assessore alla Toponomastica, Pietro De Martino, hanno inaugurato la targa che ricorda le vittime: “Il nostro obiettivo è fare memoria del passato per costruire il futuro ha detto il primo cittadino – intitolare una strada ai caduti di di Pietrarsa significa tramandare alle nuove generazioni un tragico episodio che ha segnato la storia del nostro territorio e trasferire valori come Il diritto al lavoro, la libertà, la dignità personale, che oggi come allora vanno difesi e proclamati”. Fonte: Campaniasuweb