Lombroso al San Paolo, una sconfitta per lo sport

lombroso al san paolo
Cesare Lombroso e i “tifosi” dell’Atalanta

Come sempre il razzismo antimeridionale non ha confini, anzi diventa sempre più “raffinato” nei messaggi. L’ultima chicca ce l’hanno regalata i tifosi bergamaschi durante la partita di semifinale di Coppa Italia disputatasi martedì 2 gennaio scorso al San Paolo.  In pratica, essi hanno esibito una immagine di Cesare Lombroso durante la partita, aggiungendo al danno la beffa, o meglio l’offesa razzista. Cesare Lombroso, infatti, è il tristemente noto “scienziato” veronese per aver ideato delle folli teorie pseudoscientifiche per dimostrare l’inferiorità delle genti meridionali.

 

Le teorie razziste di Lombroso

Proprio quelle teorie, infatti, hanno ispirato gli altrettanto folli nazisti allorquando si adoperavano per massacrare etnie ritenute inferiori da far estinguere nel più breve lasso di tempo nei lager tedeschi. Un po’ come è accaduto, guarda caso, per noi meridionali quando fummo conquistati, senza una dichiarazione di guerra, dai savoiardi. Pensiamo, ad esempio, ai massacri perpetrati della popolazione inerme di Casalduni, Pontelandolfo e Bronte che rappresentano la più fulgida prova dell’applicazione sistematica della teoria lombrosiana.

Qualcuno potrebbe obiettare, giustamente, ma chi lo dice che quella immagine esposta al San Paolo abbia i connotati dell’insulto e dell’antimeridionalità? Ebbene la risposta è lampante. Lo dice la storia, perché uno straniero invasore ci fece perdere la dignità trattandoci da coloni infami e di “razza inferiore”. Questo è il messaggio forte che fu lanciato all’epoca e che oggi viene recepito da alcune tifoserie settentrionali e soprattutto dai leghisti.

Le bandiere del Regno delle Due Sicilie sequestrate

Ciò che lascia sgomenti è che non più tardi di due anni fa circa vennero sequestrate dagli agenti di polizia proprio all’entrata dello Stadio San Paolo centinaia di sciarpe con il simbolo del Regno delle due Sicilie, in alcuni casi minacciando di DASPO chi si rifiutasse di consegnare il “corpo del reato”.

Quale danno avrebbe recato quel simbolo storico? Ma soprattutto a chi avrebbe nociuto?

A nessuno perché non esiste in Italia alcuna apologia di reato per chi espone il vessillo Borbonico. Esso, al contrario, è simbolo di un Paese dignitoso e florido che non volle piegarsi alla tirannia sabauda, ma soprattutto simbolo di uno Stato sovrano pacifico e rispettoso delle regole internazionali contrariamente a chi venne fin quaggiù con il falso intento di procurarci una libertà che nella sostanza ci hanno tolto riducendoci a schiavi in casa nostra.

lombroso al san paolo - razzismo anche a Bologna
Al Dall’Ara di Bologna, tre anni fa…
La mancanza di rispetto da parte dello Stato italiano

Ci aspettiamo da questo Stato maggiore rispetto per noi meridionali in quanto siamo cittadini come quelli che vivono oltre la linea gotica. In fondo paghiamo anche noi le tasse nonostante non ci torni quasi nulla in termini di servizi e di benessere. Pensiamo, infatti, ai tanti nostri giovani costretti ad emigrare ogni anno al nord o in paesi esteri per guadagnarsi il pane onestamente.

A questo punto, superata la fase dello sfogo giustificato dal nostro orgoglio, noi Meridem intendiamo proporre soluzioni.

Il materiale razzista va sequestrato all’entrata degli stadi

Poiché è lampante che una immagine come quella esposta l’altra sera al San Paolo è provocatoria,  suggeriamo che gli agenti in servizio negli stadi meridionali vengano affiancati da esperti in grado di comprendere e determinare cosa può avere contenuto razzista nei confronti dell’avversario analizzando il materiale che i supporters hanno con sé ed eventualmente farlo sottoporre a sequestro. Ciò atteso che risulterebbe più difficile imporre agli agenti stessi una maggiore conoscenza di alcuni aspetti storici.

Ovviamente anche la tecnologia deve avere il suo ruolo. Infatti, si potrebbero utilizzare le telecamere degli stadi per individuare eventuali bandiere o striscioni con contenuti razzisti o offensivi.

Attualmente è già previsto che gli striscioni debbano essere autorizzati dalla Questura e dal Gos (Gruppo Speciale Operativo), composto dalla stessa questura, vigili del fuoco, delegato alla sicurezza dello stadio e che i tifosi, ai varchi del prefiltraggio dello stadio, vengano sottoposti a controllo da parte degli steward e forze dell’ordine.

Applicando le regole,  Lombroso espulso dal San Paolo

Le regole già esistono, ma andrebbero semplicemente attuate sistematicamente ovunque e comunque a prescindere da dove si svolga l’evento sportivo. Non tutti sanno che la “DETERMINAZIONE relativa alla stagione 2009/2010 n. 14/2010 del 17 marzo 2010” del Ministero dell’Interno  – Dipartimento della Pubblica Sicurezza, stabilisce che … All’interno dell’impianto sportivo e dell’area riservata E’ VIETATO esternare qualsiasi forma di discriminazione razziale, etnica o religiosa o altre manifestazioni di intolleranza con cori o esposizione di scritte … costituisce reato: il travisamento …l’ostentazione di emblemi o simboli di associazioni che diffondano la discriminazione o la violenza per motivi razziali, etnici o religiosi….

Ora, se queste regole sono state ideate per il buon andamento degli eventi sportivi e per evitare gratuite offese, come è possibile che un simbolo come quello esposto dai bergamaschi trovi libero accesso negli stadi? Perché, al contrario, le forze dell’ordine si adoperano per sequestrare simboli borbonici che, al contrario, nulla hanno di offensivo? Dobbiamo, a questo punto, ritenere che sia fondata l’idea che chi comanda in questo Paese si è prefissato fin dall’Unità d’Italia l’intento di cancellare la memoria storica di noi uomini e donne del Sud al solo scopo di accettare acriticamente tutto ciò che dall’alto viene imposto?

Riteniamo che questa non sia solo una teoria, ma, ahinoi, una verità indiscutibile. Tutto ciò a tutela del Sistema precostituito a discapito degli interessi dei meridionali.

A questo stato di cose noi Meridem ci opporremo con tutti i mezzi legali che ci vengono messi a disposizione.

Lungi da noi di voler fomentare inutile odio, quello che rivendichiamo è soltanto rispetto e dignità per i cittadini del Mezzogiorno d’Italia atteso che la Costituzione sancisce all’articolo 3 il principio sacrosanto dell’uguaglianza di tutti i cittadini di questa penisola.

Vittorio Emanuele III: via il suo nome da scuole e biblioteche

Vittorio Emanuele III - complice di Hitler e Mussolini
Vittorio Emanuele III - Corriere della sera 1938
Vittorio Emanuele III non merita onori
Noemi Di Segni - Presidente dell’UCEI
Noemi Di Segni – Presidente dell’UCEI

Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, chiede la rimozione del nome di Vittorio Emanuele III dalle scuole e biblioteche a lui intitolate. Lo ha chiesto in un messaggio inviato al ministro dei Beni e delle Attività Culturali Dario Franceschini il 3 gennaio. Vittorio Emanuele III è il firmatario delle Leggi razziste pubblicate nel 1938 oltre ad essere stato complice di numerosi crimini commessi dal fascismo nell’arco del Ventennio.

La Biblioteca Nazionale di Napoli è terza per importanza tra le biblioteche pubbliche italiane, dopo le due Nazionali Centrali di Roma e di Firenze.  Ha la sua sede presso il Palazzo Reale in Largo di Palazzo e dipende dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Purtroppo, porta ancora il nome del campione della codardia savoiarda, delle stragi dei civili nell’impero ed in Italia, e della collaborazione nel genocidio degli Ebrei.

Vittorio Emanuele III con Hitler e Mussolini
Visita ufficiale di Adolf Hitler a Roma, 1938. Sul palco in prima fila da sinistra: Benito Mussolini, Adolf Hitler, Vittorio Emanuele III.
La salma di Vittorio Emanuele III rientra in Italia a spese dei cittadini

La posizione della Presidente Di Segni sul rientro in Italia della salma del re codardo lo scorso 27 dicembre è netta e condivisibile.  “In un’epoca segnata dal progressivo smarrimento di Memoria e valori fondamentali il rientro della salma del re Vittorio Emanuele III in Italia non può che generare profonda inquietudine.” Secondo la Presidente questo è dovuto “anche perché giunge alla vigilia di un anno segnato da molti anniversari”, tra cui “gli 80 anni dalla firma delle Leggi Razziste”.   La Presidente è molto diretta: “Bisogna che lo si dica chiaramente, in ogni sede: Vittorio Emanuele III fu complice di quel regime fascista di cui non ostacolò mai l’ascesa e la violenza apertamente manifestatasi sin dai primi mesi del Ventennio.”

non c'è futuro senza memoria

La nostra posizione

I Meridionalisti sostengono in pieno la posizione espressa dalla Presidente Di Segni sulla rimozione del nome di Vittorio Emanuele III da scuole e biblioteche.  Non c’è futuro senza memoria, così per la comunità ebraica, così per i meridionali.  Pertanto, ricordiamo che siamo accomunati dalle malefatte dei Savoia, le cui politiche portarono ad orrende stragi negli ex territori del Regno delle Due Sicilie, negli successivi all’invasione piemontese del 1860. Fatti ancora negati o ignorati dalla storiografia ufficiale italiana.

vittorio emanuele III - leggi razziali

manifesto-razzismo-italiano

Roberto Saviano fra promozione libri e confusione

Roberto Saviano

Rilanciamo il pungente articolo di Gigi Di Fiore su Roberto Saviano pubblicato il 10 dicembre 2017 sul suo blog — “Il Mattino” online.

Saviano, le stese e la promozione dei libri

di Gigi Di Fiore

Di “stese”, neologismo criminale che sta per azione di forza con spari e irruzioni in zone di presunti nemici, il Mattino e tutti i giornali napoletani hanno parlato e ne parlano sin dall’apparire del fenomeno quasi tre anni fa. E lo sanno bene gli attenti lettori che in questa città ci vivono. Non più tardi di una settimana fa, firmai un approfondimento facendo il conto delle “stese” nell’ultimo anno: 52, suddivise per non meno di 6 quartieri. Oggi il conto va aggiornato con le ultime 2 “stese” negli ultimi tre giorni. E sono 54.

Roberto Saviano, un Presenzialista da tastiera

Ma due giorni fa (ndr: 8 dicembre 2017) Roberto Saviano, attento lettore di social e presenzialista da tastiera, per promuovere ancora il suo libro che aveva già presentato a Napoli quando fu pubblicato, alla Feltrinelli di piazza dei Martiri ha lanciato una battuta provocatoria: “Un’altra stesa nelle ultime ore, non se ne parla, è la vittoria di De Magistris”. Saviano è un abile comunicatore, ben consigliato, sa come si promuove un libro, come cercare uno spunto per strappare un titolo di giornale.

Scalzato nelle classifiche

Roberto Saviano - Bacio FeroceScalzato nelle classifiche dal romanzo di Fabio Volo (volto televisivo contro volto televisivo), Saviano è partito con un nuovo tour promozionale, per dare smalto a nuove copie che, per l’altissima tiratura dei suoi testi, sono rimaste invendute. Guarda caso, un romanzo sulle gang napoletane dei giovani delle “stese”. E Saviano sapeva che lanciarla a provocazione contro de Magistris avrebbe fatto notizia. E infatti della sua partecipazione alla Feltrinelli è rimasta solo questa frase con le foto sui social del nostro dinanzi a sfogliatelle e cronisti.

Strategie comunicative. Ma intanto Saviano, contraddicendo se stesso, prima dice che il silenzio sulle “stese” vorrebbe ridurre il peso e il pericolo della camorra a Napoli ridotta a gang giovanili. Poi, però, per dare respiro internazionale al suo libro, dice che il fenomeno dei gruppi criminali giovanili è diffuso in tutte le periferie del mondo. Un po’ di confusione. Notata da tempo sia dal procuratore capo di Napoli, Gianni Melillo, sia dal coordinatore della Dda napoletana, Giuseppe Borrelli.

La camorra fra folklore e infiltrazioni economiche e politiche

Sono loro, infatti, ad aver avvertito il pericolo di ridurre la criminalità organizzata napoletana a folklore, a spettacolo da racconto. Ogni allusione era puramente casuale? La camorra è anche insieme di storiche realtà mafiose, con interessi e infiltrazioni economiche e politiche, nonché appoggi di zone grigie di professionisti. Chi conosce un po’ il fenomeno e evita di generalizzare, sa che le camorre in Campania sono tante quante le realtà territoriali, storiche e sociali che le esprimono.

La camorra-mafia radicalizzata e strutturata

C’è una camorra-mafia radicalizzata e strutturata nella provincia di Napoli e in quella di Caserta. Rituali, alti investimenti di denaro, appalti, controlli della politica ne sono le caratteristiche. Dopo numerosi arresti e decine di collaborazioni con la giustizia, è avvenuta invece una trasformazione dei gruppi camorristici della città di Napoli, sempre più frammentati, sbandati e gestiti da giovani con logiche di gang urbane che controllano, vendendo droga e facendo piccole estorsioni, fette ridotte di territorio. E’ la criminalità delle “stese”.

Ed è quella che, più dell’altra, si presta a racconti “folkloristici”, da fiction o riduzioni narrative. Le azioni militari, la violenza, gli scontri fanno più presa rispetto a mafie potenti che ne fanno a meno perché controllano, con la corruzione e consensi diffusi, fette ampie di territorio. E l’avvertimento dei vertici della Procura di Napoli invitava proprio a non distrarsi con le saghe pensando che quella sia l’attuale realtà camorristica, facendo invece attenzione alle mafie invisibili, che rendono malate le relazioni sociali.

Attenzione alle semplificazioni

Che poi le gang metropolitane napoletane, così come quelle newyorkesi, scatenino più allarme e percezione di insicurezza perché più visibili, è vero. Ma i giornali ne raccontano ogni giorno. Tanto che ripetere, ancora una volta, discorsi sugli interventi possibili rischia di diventare un nuovo déjà vu. Attenzione alle semplificazioni, dunque. Raccontare e interpretare la realtà criminale campana è qualcosa di più complesso. E analizzarla in profondità è indispensabile.

*****************************************************************************

Alcuni libri di Gigi Di Fiore sul tema della Camorra

 

Potere camorrista. Quattro secoli di malanapoli, Guida, Napoli 1993.

 

 

 

 

La camorra e le sue storie. La criminalità organizzata a Napoli dalle origini alle ultime guerre, Utet, Torino 2005.

 

La camorra e le sue storie. La criminalità organizzata a Napoli dalle origini alle paranze dei bimbi, De Agostini-Utet, Milano 2016.

 

 

 

L’impero. Traffici, storie e segreti dell’occulta e potente mafia dei Casalesi, Rizzoli, Milano 2008.

 

 

 

 

 

Spesa statale: sappiamo perché si è arrabbiato Vittorio Feltri

Feltri incazzato
Finalmente in Italia la spesa statale sarà ripartita sulla base dell’effettiva popolazione

Molti cittadini del Sud ignorano che il Governo  ha già approvato un importantissimo decreto che stabilisce la ripartizione della spesa statale su base territoriale. Il 18 ottobre 2017, la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato il Decreto del Presidente del Consiglio (DPCM) del 7 agosto 2017 che determina tale ripartizione. Questo DPCM deriva dall’applicazione dell’art. 7-bis della Legge 18 del 27/02/2017 di attuazione del Decreto-Legge 243 del 29/12/2016.  Il decreto è effettivo dal prossimo primo gennaio. Stranamente nessuna testata giornalistica meridionale ha riferito la notizia che invece ha fatto saltare dalla poltrona Vittorio Feltri. Infatti, Libero ha denunciato il “furto” che il Sud metterà in atto contro il suo amato Nord in un articolo al vetriolo del 24 novembre. Feltri ha omesso di dire che da sempre il Sud riceve un’aliquota di fondi inferiore rispetto alla percentuale di popolazione residente.    

Il successo della petizione europea di Unione Mediterranea

Già nel 2015 i meridionalisti di Unione Mediterranea hanno portato al Parlamento Europeo una petizione per una più corretta distribuzione delle risorse. Circa 10.500 firmatari chiedevano la ripartizione della spesa statale parametrata al peso della popolazione residente nelle tre macroregioni.  La petizione, dichiarata ammissibile dalla Commissione Petizioni del Parlamento Europeo il 17 marzo 2016, è stata inviata al Presidente Martin Schulz perché ne tenesse conto nei lavori parlamentari.  

Il DPCM 7/8/2017 riprende quanto richiesto dai Meridionalisti nella petizione europea. Ora, è necessario che dalla data del 1 gennaio 2018 il decreto sia attuato in pieno e non sia disatteso dalla futura compagine di governo. Il mondo meridionalista dovrà vigilare attivamente al fine di superare tutte le discriminazioni territoriali sociali ed economiche come previsto dall’Articolo 3 della Costituzione al fine del raggiungimento della equità.

spesa statale

L’appello di Pino Aprile

L’appello “Agenda 34” lanciato da Pino Aprile e già firmato da migliaia di cittadini dei nostri territori è in linea con la summenzionata petizione redatta dai meridionalisti Rosella Cerra, Giancarlo Chiari e Roberto Longo.  E’ fondamentale che i parlamentari eletti al Sud nella prossima legislatura non tradiscano quanto già ottenuto con il DPCM 7/8/2017 e si facciano garanti della sua attuazione. E’ altresì fondamentale che i meridionalisti attivino un Osservatorio che durante la prossima legislatura monitori le attività dei parlamentari del Sud.

 

***********************************************************************

 

Per chi volesse approfondire i dettagli di questa storica conquista basta cliccare sul seguente link:

http://www.assomarss.it/petizione-approvata.html

16 dicembre 2017 — Pino Aprile rilancia il nostro articolo su Facebook. Leggi il suo commento:

Gomorra: ‘o fallimento d’ ‘o stato ‘taliano

Basta Gomorra

Negli ultimi giorni diverse personalità della cultura e della società civile hanno espresso il loro parere negativo sulla serie televisiva “Gomorra”.  Alcuni commenti sono critici nei confronti della caratterizzazione della città. Altri lamentano la creazione di eroi negativi nell’immaginario collettivo.  Altri ancora vedono nel successo di “Gomorra” il fallimento dello Stato Italiano a Napoli e in tutto il Sud.  Abbiamo raccolto alcune opinioni espresse su Facebook.

Gomorra: se lo Stato facesse la lotta alla camorra…

<<Gomorra è un fenomeno di costume e i ragazzini ci scherzano su. Se domani Gomorra dovesse chiudere se la dimenticherebbero in meno di un mese. Quel che non va è proprio la considerazione della camorra da parte di media e opinione pubblica. È ridimensionata ancora a folclore, sebbene non più allo stesso modo dei contrabbandieri dagli scafi blu, le sceneggiate di Pino Mauro, eccetera. Se lo Stato facesse la lotta alla camorra, Gomorra andrebbe in onda ma nessuno la guarderebbe.>> – Ciro Esposito, 5 dicembre 2017, Facebook

Gomorra: Saviano trema

<<Si allunga la lista dei procuratori antimafia contro gli effetti negativi di “Gomorra” di Saviano. Dopo Cantone e Lepore si aggiungono Borrelli della Dda di Napoli, Greco di mani pulite e perfino Cafiero de Raho, che fino a pochi anni fa appoggiava Saviano. È ormai evidente ai più che il fenomeno Gomorra, passato l’effetto denuncia, resta solo un’operazione a scopo di lucro che lede l’immagine di Napoli, marchiata a fuoco nel mondo. Città assurta come emblema del male assoluto, su cui chiunque, per alleggerire le proprie colpe, si erge a giudice, trovando del tutto naturale farlo, così come da copione: colonizzatore- colonizzato. Mi viene un dubbio: saremo diventati tutti camorristi? Di sicuro lo saremo per i savianisti e per coloro che temono possa rompersi il gioco: dovessero accorgersi di avere una trave, anziché una pagliuzza, nell’occhio? Su chi sposteranno le proprie colpe? E, soprattutto, in che modo si procurerà da vivere Saviano? Ho idea che stia già cominciando a tremare.>>  Annamaria Pisapia, 5 dicembre 2017, sul suo profilo Facebook.

“Stese” in aumento: forse solo una coincidenza con le nuove puntate di Gomorra

<<A tenere il conto delle ‘stese’ è stato Gigi Di Fiore in un dettagliato articolo su ‘Il Mattino’ i numeri, tra denunce e segnalazioni, infatti, parlano chiaro: 52 ‘stese’ dal 2016 a oggi. Numeri e azioni, che danno il quadro delle aree calde nei fermenti criminali cittadini. Cinque zone, soprattutto: Rione Traiano (dodici «stese»), Sanità (undici), San Giovanni a Teduccio-Barra-Ponticelli (dodici), Quartieri spagnoli (nove), Forcella e centro storico (nove).

Una situazione allarmante che mette a repentaglio la vita della gente. Certo – come già scritto in passato – è forse solo una coincidenza che questi fatti gravissimi hanno trovato un incremento con la messa in onda delle nuove puntate di ‘Gomorra’ La serie giunta al suo terzo anno.

E c’è da riflette se una persona dello spessore del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri arriva al punto di affermare: “Serie tv sulle mafie? Preoccupiamoci dell’effetto sulla collettività. Ragazzi imitano i personaggi. Se davanti alle scuole vediamo dei ragazzi che si muovono, si vestono e usano le stesse espressioni degli attori e dei personaggi di questi film che trasmettono violenza su violenza, mi pare che il messaggio non sia positivo”.>>

–Arnaldo Capezzuto, 5 dicembre 2017, estratto da un suo articolo pubblicato su il24Cronaca.it

La camorra è fatta soprattutto di violenza

«Gomorra? non vedo nessuna di queste serie. Ma credo che evidenziare i rapporti umani come se la camorra fosse un’associazione come tante altre non corrisponda a quello che è realmente la camorra, che è fatta soprattutto di violenza».  (Federico Cafiero de Raho, procuratore nazionale antimafia – Intervista oggi a Lucia Annunziata nella trasmissione «1/2 h in più» su Rai 3)

Un commento rilanciato dall’inviato speciale de “Il Mattino”, Gigi Di Fiore, sul suo profilo Facebook, 3 dicembre 2017

Gomorra e l’assuefazione alla violenza

Il romanzo “Gomorra” ha diffuso il “savianesimo” che si è trasformato in fiction, quella massificazione romanzata della narrazione malavitosa camorristica in cui il racconto, lungi dall’essere documento di denuncia e invito a ripristinare la legalità, strizza l’occhio ammiccante  ai protagonisti sanguinari di uno stato parallelo che ammazza, traffica e lucra sul sangue della gente, sovvenziona gli affari illeciti, va a braccetto con la zona grigia della politica, portando lauti guadagni anche nelle tasche di chi li eleva al ruolo di “eroi”.

C’è il rischio barbaro che, nella quotidianità, la percezione collettiva di episodi cruenti come assassinii e sparatorie, possa richiamare alla mente gli episodi visti in tv, generando un fenomeno pericoloso di distrazione e scollamento dalla cruda realtà? Nelle ultime vicende di cronaca nera accadute in città, ad esempio, chi si è soffermato a leggere e ha cercato di capire ciò che stava accadendo? Lo si è dato per scontato. Un altro morto ammazzato, spallucce e via, agli ultimi gossip sui vip.

L’assuefazione è un fenomeno pericoloso e fuorviante, distrae, addormenta mente e coscienze, rende l’eccezione regola. Tutto a ciò a cui assistiamo si riduce a show, spettacolo e fa perdere l’orientamento.

Monica Capezzuto  — 19 novembre 2017, Identità Insorgenti

Consulta la sezione del nostro sito dedicata a testi, musiche e video . Qui troverai anche informazioni sul rapporto fra la Camorra, Garibaldi e i piemontesi nella conquista e occupazione di Napoli.

Rapporto SVIMEZ 2017: segnali positivi per il Mezzogiorno

Analisi del Rapporto SVIMEZ 2017 

Rapporto SVIMEZ 2017

–Marco Maniaci

Il Rapporto SVIMEZ 2017 evidenzia la ripresa dell’economia meridionale, che già aveva mostrato segni positivi nel 2015 e nel 2016. L’incipit del Rapporto parla di un Mezzogiorno che “è uscito dalla lunga recessione”.

Nel biennio 2015-2016 le regioni del Sud hanno registrato valori di crescita superiori alla media nazionale, ottenendo così il consolidamento di un trend positivo. I dati indicano che per il secondo anno consecutivo le regioni del Sud della Penisola crescono più di quelle del Centro-Nord. Nel 2016 infatti, il PIL del Meridione è cresciuto dell’1% e l’anno precedente dell’1,1%. La differenza con la media nazionale è stata di 0,2 punti (la crescita rilevata nel resto d’Italia è stata dello 0,8%), la metà rispetto al 2015 quando il divario era di 0,4 punti percentuali.

Tale tendenza trova riscontro anche nei dati relativi al 2017. Il Mezzogiorno viaggerebbe allo stesso ritmo della media nazionale, riscontrando un aumento del PIL dell’1,3% a fronte del 1,5% della crescita dell’Italia. Vengono considerati come determinanti a questo proposito diversi fattori. Il persistere di uno scenario di crisi nel Mediterraneo avrebbe portato un aumento del valore aggiunto nel settore dei servizi turistici e nel trasporto. Determinante sarebbe anche la ricaduta di cicli della programmazione comunitaria. Fra i fattori positivi, il Rapporto include i due “decreti Mezzogiorno” che sono stati approvati dal governo negli ultimi mesi.

Inversione di rotta

Dopo i bui anni della recessione economica, il Sud finalmente ha invertito la rotta. A dimostrazione di ciò c’è da sottolineare che la regione in Italia che ha registrato il più alto indice di sviluppo è stata la Campania, con una crescita del PIL pari al 2,4%. In essa, secondo il Report, un’importante ruolo è stato svolto dall’industria che ha beneficiato dei Contratti di Sviluppo. Considerevole è stato, come in tutta la Penisola, il grande sviluppo del settore terziario, trainato dai dati eccezionali del settore turistico.

Il Rapporto SVIMEZ sottolinea che nel biennio 2015-2016 la partecipazione delle regioni del Sud alla crescita del PIL dell’intera penisola è stata pari circa a un terzo. Ciò è stato possibile anche grazie all’andamento dell’offerta e della domanda. L’offerta ha risentito della ripresa della manifattura e dell’edilizia, con l’aggiunta delle ottime performance del turismo e dei trasporti, come poco sopra menzionato. La domanda invece, ha avuto un aumento di circa 1% per quanto riguarda le esportazioni, a fronte di un calo del 2,5% delle importazioni nette. Senza dimenticare che i dati parlano di un notevole aumento dei consumi privati, circa l’1,2%, che ha portato gli imprenditori ad avere migliori aspettative, contribuendo all’aumento della domanda di beni d’investimento nel settore privato, in concomitanza con il basso livello dei tassi d’interesse.

Consumi inferiori al Sud

I consumi delle famiglie nel Meridione risultano comunque inferiori a quelle del Centro-Nord e ciò, secondo il Rapporto, potrebbe essere causato dal bisogno di ricostituire le scorte monetarie esaurite negli anni precedenti, quando la crisi era più forte, o dalla non completa fiducia sull’uscita dalla stessa. Nonostante ci sia stato, come osservato, un aumento della spesa privata, questo non può essere paragonato allo stesso risultato delle regioni Settentrionali.

L’attenzione nei consumi delle famiglie meridionali trova riscontro nella caduta dei redditi e dell’occupazione, oltre che nello scivolamento di ampi strati della popolazione nelle maglie della povertà, dovuta alla più grave crisi che si sia mai registrata dai tempi della “Grande Depressione” degli anni ’30 del secolo scorso. A ciò non va sottratto il protrarsi di politiche economiche di contrazione della spesa pubblica, diminuita nel corso degli anni di recessione di circa il 6,7% nel Sud. Inoltre, la ridefinizione della qualità dell’occupazione, sebbene essa sia in aumento nell’ultimo biennio, non ha favorito la creazione di quote di reddito sufficienti e sicure per poter incidere sensibilmente sui consumi privati.

Occupazione “irregolare” in incremento al Sud

Ciò detto, va comunque segnalato l’incremento occupazionale nel Mezzogiorno. I numeri evidenziati dal Rapporto SVIMEZ parlano di un aumento degli occupati nel Sud nel 2016 di circa 101mila unità, corrispondenti ad un +1,7%, a fronte di un aumento nel Centro-Nord dell’1,2% con una crescita complessiva di 192mila unità. Se con queste cifre le regioni settentrionali tornano ai livelli occupazionali precedenti la crisi, altrettanto non si può dire delle regioni meridionali che restano sotto di 380mila unità lavorative rispetto al livello del 2008, seppur tornando sopra la soglia dei 6 milioni di occupati.

Risulta interessante la distribuzione settoriale dell’occupazione nel Meridione, dove torna a crescere il lavoro nell’industria con un incremento del 2,4%. Molto positivo risulta anche il comparto agricolo, con un aumento degli occupati del 5,5%, mentre nel terziario si mantiene un andamento positivo sulla linea del 2015. A far la voce grossa in questo settore è il comparto turistico dove si registra un incremento del 4,5% degli occupati, risultati dovuti alla congiuntura geopolitica dell’area mediterranea, come già detto.

Le politiche a favore dell’occupazione seguite dai governi in carica nell’ultima legislatura, con la decontribuzione del costo del lavoro, hanno favorevolmente incentivato all’assunzione di lavoratori a tempo indeterminato anche nel Sud-Italia. Il Rapporto SVIMEZ però, sottolinea il forte peso dello strumento del part-time sulla crescita dell’occupazione. Tale dipendenza si denota dal rilevante incremento dei lavoratori “parzialmente standard”, circa l’8,8%, rispetto a quelli a tempo pieno aumentati solo dell’1,3%. L’incidenza del lavoro a tempo parziale risulta essere preponderante nel meridione, con una notevole crescita del cosiddetto “part-time involontario” dell’1,9%. Si evidenzia che l’intera dinamica del part-time è da ritenersi ascrivibile a quello “involontario”, con l’accettazione di contratti ad orario ridotto pur di trovare una occupazione nel momento in cui la crisi era più virulenta o anche nel periodo di ripresa.

Erosione del reddito al Sud

Questo chiaramente comporta una ulteriore erosione del reddito delle famiglie, con il relativo abbassamento dei consumi. Secondo i dati elaborati dal Rapporto inoltre, l’aumento dell’occupazione non ha inciso sul fenomeno della povertà. I livelli sono rimasti invariati rispetto ai valori aggiunti al culmine della crisi economica. L’attuale crescita dell’occupazione non è qualitativamente tale da incidere sulla povertà o da dare un slancio concreto alla domanda interna. L’aumento del numero dei lavoratori a bassa retribuzione, tipologia in forte crescita durante gli anni della crisi, caratterizza i dati sull’occupazione al Sud. Queso è stato causato anche dalla riduzione delle ore di lavoro e dalla diffusione di rapporti contrattuali flessibili.

Ridimensionamento della Pubblica Amministrazione al Sud

Il Rapporto SVIMEZ evidenzia il dualismo che ancora esiste tra le regioni settentrionali e quelle meridionali nella qualità dei servizi pubblici. Una Pubblica Amministrazione (P.A.) efficiente, efficace e trasparente, diventa fondamentale per indirizzare su basi solide la ripresa economica. La SVIMEZ evidenzia il forte ridimensionamento della P.A. nelle regioni meridionali, sia in termini di risorse umane sia come risorse finanziarie, accentuando enormemente il divario tra le due aree del Paese. In prima istanza, viene rilevato la forte riduzione di dipendenti pubblici, che tra il 2011 e il 2015 sono calati di 21.500 unità. Le regioni settentrionali stanno vivendo un processo inverso facendo cadere il luogo comune di un Sud parassitario e pieno di dipendenti pubblici.

Anche la distribuzione delle risorse finanziarie ribaltano le antiche “argomentazioni”. Nel Meridione la dotazione di risorse finanziarie, secondo il Rapporto 2017, è più bassa che nel resto del paese, in termini di spesa pro capite. Fino al 2015 la differenza con le regioni del Centro-Nord era di circa il 29%, cioè un divario in valori assoluti di circa 3700 euro per abitante.

Residuo fiscale

Il Rapporto SVIMEZ di quest’anno rileva la forte interdipendenza che esiste tra il Nord e il Sud. I Referendum consultivi “autonomisti”, tenuti ad ottobre in Lombardia e Veneto, hanno riportato al centro del dibattito il tema del “residuo fiscale”. Questo si calcola sottraendo quanto riceve un territorio, specialmente in forma di servizi pubblici, da quanto i propri cittadini pagano in tasse. Le stime elaborate evidenziano una condizione beneficiaria del Mezzogiorno nella redistribuzione interregionale, riaccendendo la polemica sulla cronica dipendenza del Meridione rispetto alla macro-area settentrionale. La SVIMEZ sottolinea come il prelievo fiscale è correlato al reddito ed è inevitabilmente più alto nelle regioni più ricche.

La spesa pubblica, invece, dovrebbere tendere ad una più uniforme redistribuzione, in ottemperenaza all’art. 117 del Titolo V della Costituzione. Questo articolo stabilisce per tutti i cittadini, a prescindere dal luogo di residenza, lo stesso livello di servizi pubblici essenziali. Purtroppo, non sempre nelle regioni del Sud viene assicurato il rispetto del dettato costituzionale.

Secondo il Rapporto SVIMEZ, non è dimostrabile che i residui fiscali negativi del Sud siano ascrivibili ad un spreco di risorse sottratte al Nord. Invece, è da notare l’integrazione e l’interdipendenza tra le economie del Nord e del Sud. Infatti, a fronte di flussi finanziari pubblici che vanno dalla macro-area settentrionale a quella meridionale, c’è un rapporto inverso in termini di flussi commerciali. Il Sud è il mercato di sbocco privilegiato della produzione del Nord. Quindi il Report vuole sottolineare che l’afflusso di risorse nelle regioni meridionali dà luogo a effetti economici positivi per l’intero Sistema Paese.

RAPPORTO SVIMEZ CONFERMA la Fuga del capitale umano del Sud

Aldilà del ribaltamento di questi luoghi comuni del Sud, il Mezzogiorno d’Italia continua a soffrire del depauperamento del capitale umano. Questo fattore non solo impedisce di incanalare la ripresa su una strada sicura, ma anche a dare l’avvio a un grande ciclo di sviluppo.  Gli studi portati avanti dalla SVIMEZ hanno provato a calcolare anche in termini finanziari la perdita provocata dall’emigrazione forzata del nostro miglior capitale umano. I laureati meridionali emigrati dal 2000 in poi ammontano a circa 200mila unità. Moltiplicando questa cifra per il costo medio di un percorso di istruzione universitaria si è prospettato un danno per la spesa pubblica del Sud che oscillerebbe tra i 30 e i 40 miliardi di euro.

Invertendo queste tendenze e con l’ausilio di politiche economiche adeguate e di alto spessore, come lo sviluppo e l’attuazione delle Zone Economiche Speciali, introdotte con la legge 123/2017, o la capacità che potrebbe rivestire la crescita e l’importanza del “Mediterraneo allargato” per il miglioramento dell’economie della sponda nord e sud del bacino, magari con un forte ruolo dei porti meridionali per l’interscambio di merci tra Europa, Nord Africa e paesi asiatici, si potrebbe mettere a frutto questa significativa ripresa della macro-area meridionale nell’ultimo biennio.

Articolo di Marco Maniaci

Tesi congressuali Meridem: l’unità dei meridionalisti è centrale

tesi congressuali - congresso meridem - de micco
TESI CONGRESSUALI APPROVATE DAI MERIDEM

I Meridem hanno approvato le seguenti tesi congressuali l’11 novembre 2017 a Torrecuso (BN).

Il meridionalismo

1. Il nostro meridionalismo è caratterizzato da due aspetti principali.

a. Il primo aspetto è sistemico: è la lotta contro la disuguaglianza territoriale fra il Centro-Nord e il Sud.

b. Il secondo aspetto è specifico dei territori del Sud Italia in cui è necessario creare una classe dirigente competente, onesta, che rappresenti gli interessi del territorio.

Oltre a lottare contro le politiche nazionali che da 156 anni ci danneggiano, è anche necessario lottare contro il malaffare, la malapolitica e l’incompetenza delle nostre classi dirigenti.

I partiti nazionali

2. Mezzo secolo fa, i partiti di massa della prima repubblica soppressero di fatto qualsiasi filone meridionalista al loro interno. Successivamente i partiti non solo non hanno mai più ripreso il discorso, ma sono stati forti fautori della politica toscopadana. Tutti i governi nazionali, indipendentemente dal colore politico, hanno favorito lo sviluppo del Centro-Nord e la conseguente spoliazione totale del Sud. La parola “Sud” compare soltanto quando, in campagna elettorale, servono voti.

Le classi dirigenti del Sud

3. Le classi dirigenti del sud negli ultimi 156 anni non hanno fatto altro che adattarsi ai cambiamenti di regime, passando dallo stato borbonico a quello italiano, perfettamente in linea con il gattopardismo ben descritto nella letteratura. Dall’Unità in poi, le nostre classi dirigenti sono state e sono organiche agli interessi dell’economia del Centro-Nord, e si comportano seguendo schemi già visti in situazioni coloniali altrove.

Rivendicazione storica e azione politica

4. Il meridionalismo non è ancora riuscito ad esprimere una sua rappresentanza politica capace di presentare una credibile alternativa politica e amministrativa per la gestione dei nostri territori. Sebbene diversi intellettuali e studiosi meridionalisti, così come tanti movimenti, abbiano prodotto tante analisi sulla condizione coloniale dei nostri territori, non si è ancora sviluppata una proposta politica credibile e attuabile.

5. Fra le diverse componenti del meridionalismo, il filone della rivendicazione storica è quella che ha avuto più successo. Gli studiosi meridionalisti hanno dato un impulso notevole per rimettere in ordine una storia scritta dai vincitori che è servita e serve per giustificare o nascondere la rapina coloniale. Questo enorme lavoro ha ormai creato le condizioni affinché sia sempre più diffusa la coscienza di quanto sia successo 156 anni fa. La presa di coscienza identitaria nei nostri territori è estremamente positiva anche perché non è caratterizzata da alcun segno di razzismo, odio, o intolleranza nei confronti dei cittadini del centro-nord Italia.

6. Mentre continua a crescere il numero dei cittadini meridionali che prendono coscienza della condizione di subalternità che è stata inflitta al Sud dall’unità nazionale, l’offerta politica meridionalista è ancora insufficiente. Studiosi meridionalisti, economisti, analisti e personalità della cultura si alternano per denunciare la condizione di subalternità odierna e indicano anche quanto ci sia da fare. Tuttavia, non esiste un collegamento organico che permetterebbe a tali indicazioni di diventare politica di governo dei territori o, più semplicemente, piattaforma di partito.

Battere l’individualismo per creare un vasto fronte meridionalista

7. I movimenti meridionalisti non sono riusciti a superare l’individualismo dei capi e delle figure storiche che li hanno fondati; non sono riusciti a superare i settarismi, la disorganizzazione e la generale mancanza di fiducia in sé stessi. I movimenti tendono a frammentarsi trovando sempre motivi per separarsi o per rimanere separati.

8. Senza un grande movimento meridionalista capace di mettere al centro della sua attività la lotta contro la disuguaglianza territoriale e una politica per favorire la creazione di una ottima classe dirigente meridionale, non si va da nessuna parte. È necessario più che mai lavorare per la creazione di un grande movimento meridionalista.

L’esperienza dei Meridionalisti Democratici

9. L’esperienza dei Meridionalisti Democratici è estremamente positiva per quanto riguarda la sua tenuta durante un periodo in cui moltissimi movimenti della costellazione meridionalista sono comparsi e poi scomparsi. Tuttavia, i Meridem non sono riusciti ad espandersi in tutto il Sud. In questi cinque anni il Movimento è stato presente solo in Campania e solo da poco c’è una presenza strutturata in Calabria. Per il resto del Sud, la nostra organizzazione è assente, almeno per quanto riguarda condizioni strutturate.
Eppure, il filone meridionalista, molto simile ai nostri ideali, di ispirazione democratica e repubblicana, vocato ai diritti civili e sociali, è presente in tutto il Sud Italia. Ma purtroppo non è legato al nostro partito.

10. L’esperienza dei Meridionalisti Democratici negli ultimi cinque anni ha evidenziato alcuni punti fondamentali:

a. La partecipazione alle competizioni elettorali collegati, in qualsiasi modo, al Partito Democratico crea confusione e danneggia il nostro movimento. La parola “democratico” che abbiamo nel nostro nome, porta alcuni a pensare che siamo parte integrante di questo partito toscopadano. Inoltre, il Partito Democratico si è dimostrato poco corretto nella gestione del potere e nei rapporti elettorali con piccoli movimenti identitari come il nostro. Il PD non è altro che la rielaborazione della malapolitica della prima Repubblica. Qualsiasi rapporto elettorale con il partito democratico è tossico.

b. Le esperienze elettorali che abbiamo fatto hanno tuttavia dato fiducia ai militanti rispetto alle procedure burocratiche e organizzative che devono essere espletate per presentarsi alle elezioni. Il patrimonio acquisito durante le elezioni napoletane, in particolare, assieme a quanto abbiamo imparato dagli errori fatti sia nelle elezioni campane, sia in quelle svolte in alcuni comuni napoletani, hanno un valore inestimabile. Sappiamo cosa fare dal punto di vista burocratico e amministrativo e abbiamo imparato cosa vuol dire interagire con i volponi della vecchia politica.

Compito del meridionalismo

11. La letteratura meridionalista definisce la condizione del Sud Italia come “colonia interna”. L’azione politica per l’affrancamento dallo stato di colonia è un’azione dirompente, non una istanza amministrativa da presentare allo Stato nazionale: è la volontà di interrompere il sistema predatorio e mortificante che lo stato industriale Italiano opera sul Sud da 156 anni.

12. La difficoltà, di tradurre le analisi in proposta politica meridionalista, sta nel fatto che ancora non si è definito un blocco sociale che sia il fautore del cambiamento. Il movimento meridionalista, inteso in senso ampio, deve:

a.  saper individuare le forze sociali interessate al cambiamento,

b.  lavorare sulle contraddizioni che ne impediscono l’unità e

c.  candidarsi alla guida politica del blocco sociale.

Che fare

13. Il nostro movimento deve essere in prima linea per:

a. lavorare per la creazione di un vasto movimento politico unitario meridionalista in tutto il Sud, che non sia una somma di organizzazioni politiche esistenti, ma un coordinamento che interessi realtà territoriali e singoli cittadini;

b. lavorare per raggiungere obiettivi condivisi e propedeutici alla rinascita economica e sociale del Mezzogiorno;

c. lavorare per la diffusione del meridionalismo, per l’allargamento del consenso alle nostre proposte politiche, per la crescita del corpo militante e per la formazione di una classe politica che curi primariamente gli interessi del Sud.

 

Nella foto in evidenza, il neoeletto presidente dei Meridem, Roberto de Micco.

tesi congressuali - nuovo logo meridem

Movimento unico per rappresentare meglio i diritti del Sud?

movimento unico: Trinacria e ars
DOPO IL VOTO IN SICILIA: SUD, CHE FARE?

Ottima analisi di Pino Aprile sul meridionalismo e la condizione politica del Sud.  Dopo aver valutato i risultati siciliani e lo stato generale del meridionalismo, lancia una sfida: “Allora, non resta che fare il partito o movimento unico che rappresenti i diritti negati al Sud?”  Buona lettura!
(Articolo pubblicato oggi sulla pagina Facebook “Terroni di Pino Aprile”)

Elezioni siciliane. Una riflessione; forse un indizio per cosa fare da qui in poi.

Pino Aprile

Pino Aprile - Nemo nessuno escluso
Pino Aprile – durante la trasmissione “Nemo nessuno escluso”

Il Sud è in ritardo, ma la partita nazionale si gioca sulla paura di quel che può avvenire a Sud; quindi qual è il partito che interpreta meglio i bisogni e la rappresentanza del Sud? Ci vogliamo perdere l’occasione del soccorso amico di Salvini ai terùn de merda, scappano anche i cani, Vesuvio lavali col fuoco?

La domanda va riformulata: qual è la vera posta della politica italiana, adesso? Sempre quella: il Paese si regge sulla dominanza del Nord e la riduzione del Sud a colonia; la cosa ha retto, finché (complici i mezzi di comunicazione online, a disposizione di tutti), i terroni non hanno acquisito e diffuso, a livello di massa, la consapevolezza dello stato di minorità a cui li condanna il sistema-Italia: meno rispetto, meno strade, meno treni (quando non proprio niente), meno soldi per la loro salute, il diritto all’istruzione, eccetera. Il tutto condito di insulti, disistima.

La storia negata

Per la serie: tu non hai un complesso di inferiorità, tu sei inferiore! Beh, abbiamo scoperto che non è vero e la cosa è ormai dilagante, con la riconquista della storia negata del genocidio (reato che consiste nella distruzione dell’identità di un popolo, anche con uso di massacri, se serve) compiuto nell’ex Regno delle Due Sicilie dalle truppe sabaude; con la diffusione dei dati sull’economia, della spesa pubblica, occultati, di fatto, dagli strumenti “nazionali” di comunicazione, che quasi sempre li “interpretano” a favore del Nord e a danno del Sud, ladro e sprecone (prendesse esempio dalla Parmalat, dall’Expo, dal Mose; si dotasse di bravi amministratori smemorati o bugiardi, appena un po’ inquisiti, se non proprio condannati, come il sindaco di Milano, presidenti e vice delle regioni Lombardia e Veneto, sia a piede libero che in galera…).

Questo lavoro di educazione al sapere è stato compiuto a tutti i livelli e da una sparsa, via via più folta e a volte conflittuale pattuglia di divulgatori titolati e no; scrittori, docenti, giornalisti, ricercatori. Non è stato facile, fra povertà di mezzi propri e attacchi dei grandi mezzi altrui, dalla TV di Stato, salvo eccezioni, ai grandi quotidiani, scimmiottati dai piccoli (si pensi alle decine di pagine in contemporanea telecomandanta, contro il Giorno della Memoria); ma la diffusione a tappeto è stata possibile grazie alla miriade di altri docenti, pubblicisti, operatori culturali, identitari, nelle scuole, nelle associazioni, nelle feste di paese.

La coscienza non ha colore

La coscienza non ha colore e ognuno vive la consapevolezza di qualcosa con il proprio carattere e le proprie idee politiche. Quindi, aver appreso come è stato ed è trattato il Sud da un Paese che lo dichiara “unito”, ma ne fa una colonia, non è di destra o di sinistra. Questo non toglie che ci siano partiti più pronti a cogliere e rappresentare questi nuovi sentimenti, figli di maggiore conoscenza.

Paradossalmente, la Lega Nord ha compreso e tentato prima di tutti di intestarsi, a proprio uso e consumo, si capisce, il crescente malessere terronico. Ma l’operazione opportunistica è così plateale e scoperta, che non è stata presa sul serio: Salvini passerà alla storia come il politico che ha preso più fischi e pernacchie che voti.

Emiliano e de Magistris, leader meridionali senza partito
movimento unico: emiliano e de magistris
Luigi de Magistris e Michele Emiliano, leader meridionali senza partito

Due leader meridionali si sono proposti portavoce del meridionalismo senza partito (mentre i temibili e trinariciuti neoborbonici non hanno mai usato i loro consensi e numeri per candidarsi a qualcosa o spenderli in accordi con partiti. Ne restano fuori per statuto associativo. Altri, io fra questi, hanno scelto di rifiutare le offerte di candidature): Luigi de Magistris, sindaco di Napoli, e Michele Emiliano, sindaco di Bari, poi presidente della Puglia. Sono stati i due amministratori più avversati, in modi che gridano vendetta, da parte dei governi centrali e dei partiti nazionali.  Su di loro si sono caricate forse un po’ troppe attese da parte del popolo meridionalista e qualche delusione pesa.

I cinquestelle e la giornata della memoria
Memoria - locandina del movimento 5 stelle
Manifesto del Movimento 5 Stelle a sostegno dell’istituzione della giornata della Memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia

Quanto ai cinquestelle: i loro consiglieri regionali del Sud hanno presentato le mozioni per il Giorno della Memoria, ovunque, meno la Calabria, dove non hanno eletti alla Regione. Ne venni messo al corrente e ho seguito la vicenda; a chi la vede che una furba operazione politico-elettorale, dico: no, la loro motivazione è forte ed è la nostra. E di sicuro si può dire lo stesso dei consiglieri regionali pugliesi e lucani, appartenenti a tutte le aree politiche, nessun partito escluso, che hanno approvato, all’unanimità, quasi. E badate che più di qualcuno di loro è andato, per questo, a cercarsi rogne nel suo partito, quindi a cogliere vantaggi zero e fastidi tanti. Gliene va dato atto, e un grazie.

Quindi? Quindi la coscienza meridionalista è di tutti. Ma questo pone dinanzi a un dilemma: si deve continuare a lavorare, perché all’interno dei partiti il peso politico dei rappresentanti del Sud cresca sino a obbligare le dirigenze nazionali a tener conto delle questioni poste (infrastrutture, collegamenti, salute, istruzione, revisione storica)?

Sarebbe, come da sempre dico, la soluzione migliore. Ma proprio queste elezioni confermano il rischio: quanti meridionalisti di destra, pur di non andare contro alle proprie idee, si sono turati il naso e hanno votato per la “coalizione” (vabbe’…) che includeva Salvini e la sua Lega razzista? E quanti, pur di non lasciare tutto il campo alla destra berlusconian-salviniana o ai “populisti” M5S, hanno votato il Pd più antimeridionale di sempre?

Nei partiti nazionali, i terroni non contano niente

All’interno dei partiti nazionali, i terroni non contano niente e se vogliono una carica interna o la rielezione in parlamento, non devono dar problemi (infatti, alla Camera e al Senato è come se non ci fossero rappresentanti del Sud e un sottosegretario come Vito Di Filippo, lucano, dice che se per gli asili a un bimbo del Nord si dà il doppio che a uno del Sud, è giusto. In effetti, di fronte a niente…

Chi ha votato cinquestelle, tutto sommato, si sarà sentito meno mortificato degli altri, perché la mozione per il Giorno della Memoria, per dire, l’han presentata loro. Già, ma al Nord, i cinquestelle hanno addirittura messo mano al quesito referendario lombardo e in Veneto sono stati da subito con Zaia su questo. Quindi quali sono i “veri” cinquestelle, quelli con la Lega o quelli del Giorno della Memoria? E dinanzi a una questione terronica che sia “nazionale”, che succede?

Un movimento unico per rappresentare i diritti negati al Sud

Allora, non resta che fare il partito o movimento unico che rappresenti i diritti negati al Sud? Già, e vi risulta che tentativi del genere siano già stati fatti, e manco pochi, e quali risultati abbiano avuto, nonostante l’abnegazione di tanti?

Ma ora la situazione sta precipitando: non al Sud, in tutto il Paese. Si può dire che l’accelerazione del disastro toglie tempo alle decisioni: ce ne sarà per aspettare che i partiti maturino al loro interno “meridionalisticamente” o dar vita subito a un soggetto nuovo, che si proponga come nazionale per l’abbattimento delle disparità, il che ne farebbe uno strumento per sanare ingiustizie soprattutto a danno delle regioni del Sud? La mutata situazione, drammatica, potrebbe determinare una accoglienza meno fredda e distratta di quella ottenuta dai vari tentativi di far nascere un “partito meridionalista” e comunque per l’equità.

L’esistenza di un soggetto che potrebbe intestarsi la protesta contro le ingiustizie dello Stato strabico, dovrebbe indurre gli altri partiti a correre ai ripari, per non essere esclusi da un’area che si pensava vuota e non fa che crescere.

Qual è la cosa giusta (e giusto, in politico, è quello che funziona, nel senso desiderato)? Non si tratta di dire cosa mi piace di più, ma di ragionare su quello che può rivelarsi più utile. Il cuore caldo ci vuole, perché indica la direzione, ma è la testa fredda che guida.

Io, la risposta, non ce l’ho. Nel senso di: non ancora. Ed è così da un po’, come sapete. Però il nostro dovere è pensarci e cercare la soluzione.

Diritti dell’infanzia: solita discriminazione a danno del Sud

Rilanciamo un’ottima analisi-denuncia di Marco Esposito sulla disuguaglianza territoriale anche nel campo dei diritti dell’infanzia. – (Il Mattino, 4 novembre 2017.)

Scuola infanzia, il 74 per cento dei fondi assegnato al Nord

di Marco Esposito

La ministra Valeria Fedeli parla di «standard uniformi su tutto il territorio nazionale» nello stesso momento in cui assegna 90 euro per ogni bambino in Emilia Romagna e 43 euro in Campania. Il doppio. Un’offesa ai diritti dell’infanzia, un calcio ai principi d’uguaglianza e una violazione neppure ben nascosta della legge, come si vedrà.

diritti dell'infanzia - valeria fedeli
Il ministro Valeria Fedeli

La Fedeli per potenziare il sistema d’istruzione per l’infanzia ha ripartito 209 milioni di euro destinati a migliorare i servizi offerti per 3 milioni di bambini che non hanno ancora compiuto sei anni. Il riparto è fatto tra le regioni italiane, anche se i soldi saranno erogati entro il 2019 direttamente ai Comuni in base ai progetti per costruire nuovi asili, ristrutturare e mettere in sicurezza strutture esistenti nonché ridurre i costi per le famiglie. Il Centronord ha fatto la parte del leone con il 74,23% delle risorse assegnate, sebbene i bambini residenti in quell’area siano il 65,52%. Il Mezzogiorno si è dovuto accontentare del 25,77% delle risorse nonostante la quota di bambini sia del 34,48%. La Campania è il territorio più penalizzato visto che è seconda per numero di piccoli e appena settima per risorse assegnate.

L’uguaglianza territoriale secondo Vito de Filippo
diritti dell'infanzia - il sottosegretario vito de filippo
Il sottosegretario all’istruzione Vito De Filippo

Il riparto proposto dal ministero dell’Istruzione è stato approvato dagli enti locali nella Conferenza unificata del 2 novembre scorso, riunione nella quale le istituzioni dei territori meridionali – tra esse erano invitati i sindaci di Napoli, Lecce, Cagliari, Catania, Chieti e Bari – ancora una volta non hanno brillato per capacità di difendere gli interessi dei cittadini che vanno a rappresentare. Per il governo era presente il sottosegretario all’Istruzione Vito De Filippo, lucano, secondo il quale «stiamo costruendo insieme, ciascuno per la propria parte, percorsi di crescita eguale su tutto il territorio, a partire dall’infanzia». «Eguale» per De Filippo vuol dire 51 euro per bambino nella sua Basilicata e 103 euro in Valle d’Aosta? Così sostiene, eppure la matematica non è un’opinione.

Diritti dell’infanzia: Il decreto legislativo

Da dove arrivano i 209 milioni? Sono un finanziamento legato a uno dei tasselli della Buona Scuola, cioè la riforma dell’istruzione per l’infanzia creando il sistema integrato d’istruzione per la fascia 0-6 anni. Lo scorso aprile è stato approvato il decreto legislativo sull’infanzia (65/2017), che all’articolo 4 fissa l’obiettivo del «progressivo consolidamento, ampliamento, nonché l’accessibilità dei servizi educativi per l’infanzia, anche attraverso un loro riequilibrio territoriale, con l’obiettivo tendenziale di raggiungere almeno il 33 per cento di copertura della popolazione sotto i tre anni di età a livello nazionale» e all’articolo 12 indica i criteri con cui ripartire le risorse e cioè: «Sulla base del numero di iscritti, della popolazione di età compresa tra zero e sei anni e di eventuali esigenze di riequilibrio territoriale, nonché dei bisogni effettivi dei territori e della loro capacità massima fiscale».

diritti dell'infanzia - Articolo 4 DL 65/2017
Decreto Legislativo del 13 aprile 2017, n. 65 Istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a sei anni, a norma dell’articolo 1, commi 180 e 181, lettera e), della legge 13 luglio 2015, n. 107.

 

Cosa ha fatto il ministero? Come principale criterio (peso del 50%) ha considerato gli iscritti agli asili al 31 dicembre 2015, iscritti che ovviamente sono più al Nord. Per il secondo parametro (peso del 40%) ha contato i bambini reali. Come criterio marginale (10%) ha considerato la popolazione di età 3-6 anni non iscritta alla scuola dell’infanzia statale «in modo da garantire un accesso maggiore».

Il trucco c’è ma non è evidente

Il trucco c’è ma non è evidente. La fascia di età 3-6 anni non ha forti squilibri territoriali e raggiunge una copertura del 90%. Inoltre la scuola materna statale è più presente al Sud che al Nord, visto che il 45% degli iscritti si trova nel Mezzogiorno. Quindi considerare solo l’età delle materne e soltanto i non iscritti alle scuole dell’infanzia statali non porta affatto un riequilibrio territoriale e, in ogni caso, non in favore del Mezzogiorno. In pratica per la perequazione si è utilizzato il solo parametro dove il Sud ha risultati più consistenti del Nord: le materne statali. Ignorando tutti gli altri.

Una presa in giro che viola la legge. Il decreto 65/2017 infatti impone, all’articolo 4, di avviare un progressivo riequilibrio territoriale per l’altra fascia di età, quella da 0 a 3 anni, dove la carenza di asili nido nel Mezzogiorno è fortissima. Inoltre, all’articolo 12, si indica nei criteri di riparto la «capacità massima fiscale» dei territori. Il principio cui si ispira la legge è chiaro: non è logico assegnare risorse aggiuntive a territori che hanno già cospicue entrate fiscali proprie, mentre le risorse vanno concentrate nelle aree dove il gettito fiscale, anche alzando le aliquote al massimo, non è sufficiente a pagare i servizi per l’infanzia. Un principio di riequilibrio che avrebbe favorito le famiglie del Mezzogiorno, ma che è sparito del tutto nei conteggi del Miur.

Cara ministra: Le “pari opportunità” non sono solo di genere!

Il ministero dell’Istruzione dopo il riparto dei 209 milioni di euro ha diffuso un comunicato che merita, nel passo seguente, di essere citato alla lettera, maiuscole comprese: «Con questo Piano – dichiara la Ministra Valeria Fedeli – stiamo garantendo alle bambine e ai bambini pari opportunità di educazione, istruzione, cura, superando disuguaglianze e barriere territoriali, economiche e culturali».

diritti dell'infanzia - la discriminazione territoriale
Il Mattino – 4 novembre 2017 – pagina 12

Si sarà notata l’attenzione lessicale all’uguaglianza di genere, che fa onore alla ministra Fedeli perché in tale campo non si fa mai abbastanza. Ma è agghiacciante l’assoluta distanza della Fedeli dalla realtà quando in ballo non ci sono le differenze di genere ma quelle geografiche. In tale Piano non c’è nulla che – non diciamo superi – ma neppure attenui le disuguaglianze territoriali ed economiche.

Se si fossero conteggiati 90 euro per i maschi e 43 euro per le femmine ci sarebbe stata una clamorosa violazione delle pari opportunità; altrettanto grave però è ripartire 90 euro agli emiliani e 43 euro ai campani, i quali già partono in posizione svantaggiata. Fino a prova contraria, assegnare più risorse dove ci sono più asili allarga le differenze, non le riduce. Farlo ai danni di bambine e bambini di 0-6 anni è iniquo, illegale e immorale.

*************************************************************************

Commento del meridionalista Massimiliano Gargiulo su Facebook:

L’azione del Partito Democratico di Renzi – e del Governo – rispetto ai temi delle disuguaglianze che penalizzano il Sud, è la continuazione di tutte le politiche di tutti i partiti nazionali e dei governi, nessuno escluso, succedutisi in 156 anni di unità. Ma i parlamentari meridionali sono tutti allineati?

Ringrazio Marco Esposito per il suo lavoro di divulgazione.

 

 

Catalogna e Due Sicilie così vicine e così lontane

Catalogna: Spagna sì o no?

Rilanciamo l’ottima analisi del prof. Gennaro De Crescenzo sul rapporto fra la situazione della Catalogna e quella dei nostri territori.

Catalogna e Due Sicilie così vicine e così lontane

Nell’attuale mondo delle Due Sicilie sono sempre più numerosi e frequenti commenti, paragoni e discussioni riferiti alla Catalogna. Dopo i recenti fatti di Barcellona, qualche osservazione è più che mai necessaria anche perché sembra quasi che chi non si accoda a questi “parallelismi” lo faccia perché è ostile a certi temi.

catalogna: la rinascita della metà dell’Ottocento

Al di là di radici storiche e culturali profonde e antiche (forse, però, ancora più profonde e antiche per il nostro Regno delle Due Sicilie), intorno alla metà dell’Ottocento la Catalogna (che non ha mai avuto un regno come il nostro) iniziò a vivere la sua “renaixença”, un grande “rinascimento”, con la riscoperta delle tradizioni catalane (dalla lingua alla storia, dall’arte al folclore).

Catalogna: Cartell de la Solidaritat Catalana; candidatura de diputats a corts 1907
Cartell de la Solidaritat Catalana; candidatura de diputats a corts 1907
Pisaroi – La Esquella de la Torratxa, Barcelona, 19.4.1907 num. 1477 -Wikipedia

Nel 1880 iniziano le battaglie di Valentì Admiral, un repubblicano federalista, nel 1907 i primi successi elettorali con “Solidaritat Catalana” (diverse formazioni politiche aggregate su obiettivi comuni) finiti successivamente, però, nel sangue con scontri che causarono centinaia di feriti e di morti. Negli anni ’30 del Novecento prevale la componente antifranchista ed anarchico-estremista divisa tra antisovietici e filosovietici e, dopo le repressioni governative (che rafforzarono i sentimenti catalanisti), solo nel 1971 nasce l’Assemblea de Catalunya e, tra spinte alterne, tra concessioni all’unità spagnola, trattative più o meno vantaggiose (e sconosciute dalle parti della colonia-Sud) e rivendicazioni più accese, si arriva ai giorni nostri e con gli scontri che conosciamo (un boomerang per il governo centrale).

Catalogna - manifestazione per l'indipendenza
Barcellona – manifestazione dell’11 settembre 2017 per l’indipendenza (foto di David Ramos/Getty Images)
La vera storia del Sud raccontata solo da circa 20 anni

Chiaro che chi conosce la storia e ha ritrovato (o trovato) sentimenti “duosiciliani” non può non emozionarsi di fronte a quelle masse oceaniche giallorosse per le strade di Barcellona. Altrettanto chiaro che dovremmo analizzare la situazione in maniera razionale partendo dalle enormi ed evidenti differenze tra la storia catalana e la nostra storia.

Catalogna e neoborbonici
Riccardo Pazzaglia e un giovanissimo Gennaro De Crescenzo – fra i fondatori del Movimento Neoborbonico nel 1993

Da quanti anni la storia del Sud è raccontata e divulgata in maniera sistematica e continua? Da quanti anni è ripartito un processo di ricostruzione di un’identità perduta? Più o meno da una ventina di anni e non è un caso che molte delle verità nascoste dalla storia ufficiale o dei simboli identitari siano venuti fuori con la nascita del Movimento Neoborbonico (estate 1993). Prima di allora pochi, eroici ma esigui e isolati centri culturali e pochi eroici e isolati ricercatori che non avevano mai organizzato consenso e divulgazione con una associazione “con un forte grado di penetrazione, strutturata e martellante” (cfr. Gigi Di Fiore, La Nazione Napoletana, 2015, pp. 231 e sgg.).

La vera storia raccontata da Di Fiore, Aprile, Del Boca, Patruno e altri

testi e video - Terroni di Pino Aprile

Esisteva una documentata e appassionata storiografia “borbonica” già dall’indomani dell’unificazione ma episodica e senza finalità di carattere “sociale” e “politico”. Da lì in poi, dal 1993, allora, decine e forse centinaia di associazioni con finalità più o meno simili e più o meno di successo (“I figli dei neoborbonici” citati sempre da Di Fiore nel suo capitolo conclusivo). Importante la svolta, nel 2010, della pubblicazione del best-seller di Pino Aprile “Terroni” dedicato quasi interamente a questi temi.

 

La Nazione Napoletana - Gigi Di FioreImportanti i libri di altri autori e, tra gli altri, quelli di Del Boca o Patruno o lo stesso Di Fiore (dalle sue “Controstorie” all’ultimo citato in precedenza e dedicato proprio alla “identità sudista”). Importante anche la svolta che negli ultimi anni la rete (dai siti ai social) ha garantito alla divulgazione degli stessi temi divenuti in gran parte “maggioritari” nonostante il monopolio totalitario della cultura “ufficiale” e nonostante la cronica mancanza di mezzi soprattutto finanziari.

 

In sintesi un piccolo miracolo non casuale, però, ma dovuto alla caparbietà e alla tenacia di alcuni. In sintesi: idee, tesi, verità, rivendicazioni, simbologie e orgoglio hanno iniziato a nascere a farsi strada dalle nostre parti appena appena da un ventennio (oltre cento gli anni di ritardo rispetto ai Catalani!).

A differenza DELLA cATALOGNA, noi siamo in uno stato di colonia culturale

E ancora a fatica perché, a differenza di quanto accaduto dalle parti di Barcellona, noi siamo rimasti in uno stato di colonia culturale, politica ed economica per oltre un secolo e mezzo con danni sia sulla reattività della gente (vittima spesso della famosa “minorità” abilmente descritta da Pino Aprile) che sulla formazione di classi dirigenti sistematicamente (intellettuali e/o politici che fossero e siano) subalterne al sistema centrale e pronte a difendere i loro interessi e le loro posizioni piuttosto che quelli della gente che avrebbero dovuto e dovrebbero rappresentare in un patto scellerato ma ancora funzionante con il potere centrale (v. le recenti battaglie contro il giorno della memoria).

Gaeta - memoria e identità
Memoria e identità a Gaeta – commemorazione della caduta della Piazzaforte – febbraio 2011
Conclusioni: servono Memoria, Identità, Orgoglio e Riscatto

Conclusioni: riusciremo mai a vedere masse oceaniche che sventolano bandiere delle Due Sicilie per le strade di Napoli? Indipendenza, confederazione, macroregione, federazione… poco importa e saranno scelte future. La priorità assoluta è la diffusione dei 4 punti per i quali ci stiamo battendo (e con un successo dilagante) da anni: Memoria, Identità, Orgoglio, Riscatto.

E non possiamo saltare nessun passaggio. E se li saltassimo, fallendo (come spesso fa chi è convinto di essere più furbo e intelligente degli altri), faremmo danni a tutta la Causa e non solo a noi stessi…. Ecco perché continuiamo a lavorare a testa bassa in giro per il nostro antico Regno con un intervento ogni tre giorni (!). “Non siamo un partito, siamo una Nazione”, dice giustamente il nostro collega di verità e orgoglio, Fiore Marro, una Nazione tutta ancora da ri-costruire, a partire dalla sua identità e dall’orgoglio.

La Catalogna è avanti da decenni

Sono stato a Barcellona diverse volte e posso assicurarvi che sono avanti effettivamente di decenni. Hanno un senso di appartenenza palpabile e ancora tutto da ritrovare, invece, da queste parti. Ecco perché, al contrario di quello che sostengono pochi miopi o pochi invidiosi sterili (e senza seguito) o i pochi “illusi e disillusi di Facebook” (convinti che il mondo sia Facebook), servono ancora le tante battaglie culturali (un occhio all’importanza della lingua e del calcio a Barcellona non sarebbe male…) che combatteremo per i nostri figli e per i nostri nipoti, sempre più sicuri di vincerle se ci saranno, con noi, altri “soldati” come quelli che abbiamo incontrato sulla nostra strada in tutti questi anni.

–Gennaro De Crescenzo

Presidente del Movimento Neoborbonico

Articolo pubblicato su Facebook il 10 ottobre 2017

Nota dei Meridionalisti Democratici

Il prof. De Crescenzo è puntuale nel confronto che ha sviluppato fra la Catalogna e la situazione nei nostri territori. Dobbiamo effettivamente lavorare per ristabilire la Memoria, creare l’Identità, sviluppare l’Orgoglio, e poi determinare il Riscatto della nostra gente.

Come movimento politico comprendiamo bene che oggi è difficilissimo avanzare una proposta di riscatto per la nostra gente. Non ci sono scorciatoie rispetto a quanto scrive il prof. De Crescenzo. Ogni tentativo di avanzare gli interessi politici della nostra gente trova incredibili ostacoli posti dai partiti nazionali italiani.  Questi partiti approfittano del nostro insufficiente senso d’identità. Trovano ancora consenso fra la nostra gente perché non abbiamo ancora raggiunto il terzo punto descritto dal professore: l’Orgoglio.
Il Riscatto, quello politico, economico, sociale e culturale, avverrà solo dopo che la nostra gente avrà raggiunto i primi tre punti.