Rapporto SVIMEZ 2017: segnali positivi per il Mezzogiorno

Analisi del Rapporto SVIMEZ 2017 

Rapporto SVIMEZ 2017

–Marco Maniaci

Il Rapporto SVIMEZ 2017 evidenzia la ripresa dell’economia meridionale, che già aveva mostrato segni positivi nel 2015 e nel 2016. L’incipit del Rapporto parla di un Mezzogiorno che “è uscito dalla lunga recessione”.

Nel biennio 2015-2016 le regioni del Sud hanno registrato valori di crescita superiori alla media nazionale, ottenendo così il consolidamento di un trend positivo. I dati indicano che per il secondo anno consecutivo le regioni del Sud della Penisola crescono più di quelle del Centro-Nord. Nel 2016 infatti, il PIL del Meridione è cresciuto dell’1% e l’anno precedente dell’1,1%. La differenza con la media nazionale è stata di 0,2 punti (la crescita rilevata nel resto d’Italia è stata dello 0,8%), la metà rispetto al 2015 quando il divario era di 0,4 punti percentuali.

Tale tendenza trova riscontro anche nei dati relativi al 2017. Il Mezzogiorno viaggerebbe allo stesso ritmo della media nazionale, riscontrando un aumento del PIL dell’1,3% a fronte del 1,5% della crescita dell’Italia. Vengono considerati come determinanti a questo proposito diversi fattori. Il persistere di uno scenario di crisi nel Mediterraneo avrebbe portato un aumento del valore aggiunto nel settore dei servizi turistici e nel trasporto. Determinante sarebbe anche la ricaduta di cicli della programmazione comunitaria. Fra i fattori positivi, il Rapporto include i due “decreti Mezzogiorno” che sono stati approvati dal governo negli ultimi mesi.

Inversione di rotta

Dopo i bui anni della recessione economica, il Sud finalmente ha invertito la rotta. A dimostrazione di ciò c’è da sottolineare che la regione in Italia che ha registrato il più alto indice di sviluppo è stata la Campania, con una crescita del PIL pari al 2,4%. In essa, secondo il Report, un’importante ruolo è stato svolto dall’industria che ha beneficiato dei Contratti di Sviluppo. Considerevole è stato, come in tutta la Penisola, il grande sviluppo del settore terziario, trainato dai dati eccezionali del settore turistico.

Il Rapporto SVIMEZ sottolinea che nel biennio 2015-2016 la partecipazione delle regioni del Sud alla crescita del PIL dell’intera penisola è stata pari circa a un terzo. Ciò è stato possibile anche grazie all’andamento dell’offerta e della domanda. L’offerta ha risentito della ripresa della manifattura e dell’edilizia, con l’aggiunta delle ottime performance del turismo e dei trasporti, come poco sopra menzionato. La domanda invece, ha avuto un aumento di circa 1% per quanto riguarda le esportazioni, a fronte di un calo del 2,5% delle importazioni nette. Senza dimenticare che i dati parlano di un notevole aumento dei consumi privati, circa l’1,2%, che ha portato gli imprenditori ad avere migliori aspettative, contribuendo all’aumento della domanda di beni d’investimento nel settore privato, in concomitanza con il basso livello dei tassi d’interesse.

Consumi inferiori al Sud

I consumi delle famiglie nel Meridione risultano comunque inferiori a quelle del Centro-Nord e ciò, secondo il Rapporto, potrebbe essere causato dal bisogno di ricostituire le scorte monetarie esaurite negli anni precedenti, quando la crisi era più forte, o dalla non completa fiducia sull’uscita dalla stessa. Nonostante ci sia stato, come osservato, un aumento della spesa privata, questo non può essere paragonato allo stesso risultato delle regioni Settentrionali.

L’attenzione nei consumi delle famiglie meridionali trova riscontro nella caduta dei redditi e dell’occupazione, oltre che nello scivolamento di ampi strati della popolazione nelle maglie della povertà, dovuta alla più grave crisi che si sia mai registrata dai tempi della “Grande Depressione” degli anni ’30 del secolo scorso. A ciò non va sottratto il protrarsi di politiche economiche di contrazione della spesa pubblica, diminuita nel corso degli anni di recessione di circa il 6,7% nel Sud. Inoltre, la ridefinizione della qualità dell’occupazione, sebbene essa sia in aumento nell’ultimo biennio, non ha favorito la creazione di quote di reddito sufficienti e sicure per poter incidere sensibilmente sui consumi privati.

Occupazione “irregolare” in incremento al Sud

Ciò detto, va comunque segnalato l’incremento occupazionale nel Mezzogiorno. I numeri evidenziati dal Rapporto SVIMEZ parlano di un aumento degli occupati nel Sud nel 2016 di circa 101mila unità, corrispondenti ad un +1,7%, a fronte di un aumento nel Centro-Nord dell’1,2% con una crescita complessiva di 192mila unità. Se con queste cifre le regioni settentrionali tornano ai livelli occupazionali precedenti la crisi, altrettanto non si può dire delle regioni meridionali che restano sotto di 380mila unità lavorative rispetto al livello del 2008, seppur tornando sopra la soglia dei 6 milioni di occupati.

Risulta interessante la distribuzione settoriale dell’occupazione nel Meridione, dove torna a crescere il lavoro nell’industria con un incremento del 2,4%. Molto positivo risulta anche il comparto agricolo, con un aumento degli occupati del 5,5%, mentre nel terziario si mantiene un andamento positivo sulla linea del 2015. A far la voce grossa in questo settore è il comparto turistico dove si registra un incremento del 4,5% degli occupati, risultati dovuti alla congiuntura geopolitica dell’area mediterranea, come già detto.

Le politiche a favore dell’occupazione seguite dai governi in carica nell’ultima legislatura, con la decontribuzione del costo del lavoro, hanno favorevolmente incentivato all’assunzione di lavoratori a tempo indeterminato anche nel Sud-Italia. Il Rapporto SVIMEZ però, sottolinea il forte peso dello strumento del part-time sulla crescita dell’occupazione. Tale dipendenza si denota dal rilevante incremento dei lavoratori “parzialmente standard”, circa l’8,8%, rispetto a quelli a tempo pieno aumentati solo dell’1,3%. L’incidenza del lavoro a tempo parziale risulta essere preponderante nel meridione, con una notevole crescita del cosiddetto “part-time involontario” dell’1,9%. Si evidenzia che l’intera dinamica del part-time è da ritenersi ascrivibile a quello “involontario”, con l’accettazione di contratti ad orario ridotto pur di trovare una occupazione nel momento in cui la crisi era più virulenta o anche nel periodo di ripresa.

Erosione del reddito al Sud

Questo chiaramente comporta una ulteriore erosione del reddito delle famiglie, con il relativo abbassamento dei consumi. Secondo i dati elaborati dal Rapporto inoltre, l’aumento dell’occupazione non ha inciso sul fenomeno della povertà. I livelli sono rimasti invariati rispetto ai valori aggiunti al culmine della crisi economica. L’attuale crescita dell’occupazione non è qualitativamente tale da incidere sulla povertà o da dare un slancio concreto alla domanda interna. L’aumento del numero dei lavoratori a bassa retribuzione, tipologia in forte crescita durante gli anni della crisi, caratterizza i dati sull’occupazione al Sud. Queso è stato causato anche dalla riduzione delle ore di lavoro e dalla diffusione di rapporti contrattuali flessibili.

Ridimensionamento della Pubblica Amministrazione al Sud

Il Rapporto SVIMEZ evidenzia il dualismo che ancora esiste tra le regioni settentrionali e quelle meridionali nella qualità dei servizi pubblici. Una Pubblica Amministrazione (P.A.) efficiente, efficace e trasparente, diventa fondamentale per indirizzare su basi solide la ripresa economica. La SVIMEZ evidenzia il forte ridimensionamento della P.A. nelle regioni meridionali, sia in termini di risorse umane sia come risorse finanziarie, accentuando enormemente il divario tra le due aree del Paese. In prima istanza, viene rilevato la forte riduzione di dipendenti pubblici, che tra il 2011 e il 2015 sono calati di 21.500 unità. Le regioni settentrionali stanno vivendo un processo inverso facendo cadere il luogo comune di un Sud parassitario e pieno di dipendenti pubblici.

Anche la distribuzione delle risorse finanziarie ribaltano le antiche “argomentazioni”. Nel Meridione la dotazione di risorse finanziarie, secondo il Rapporto 2017, è più bassa che nel resto del paese, in termini di spesa pro capite. Fino al 2015 la differenza con le regioni del Centro-Nord era di circa il 29%, cioè un divario in valori assoluti di circa 3700 euro per abitante.

Residuo fiscale

Il Rapporto SVIMEZ di quest’anno rileva la forte interdipendenza che esiste tra il Nord e il Sud. I Referendum consultivi “autonomisti”, tenuti ad ottobre in Lombardia e Veneto, hanno riportato al centro del dibattito il tema del “residuo fiscale”. Questo si calcola sottraendo quanto riceve un territorio, specialmente in forma di servizi pubblici, da quanto i propri cittadini pagano in tasse. Le stime elaborate evidenziano una condizione beneficiaria del Mezzogiorno nella redistribuzione interregionale, riaccendendo la polemica sulla cronica dipendenza del Meridione rispetto alla macro-area settentrionale. La SVIMEZ sottolinea come il prelievo fiscale è correlato al reddito ed è inevitabilmente più alto nelle regioni più ricche.

La spesa pubblica, invece, dovrebbere tendere ad una più uniforme redistribuzione, in ottemperenaza all’art. 117 del Titolo V della Costituzione. Questo articolo stabilisce per tutti i cittadini, a prescindere dal luogo di residenza, lo stesso livello di servizi pubblici essenziali. Purtroppo, non sempre nelle regioni del Sud viene assicurato il rispetto del dettato costituzionale.

Secondo il Rapporto SVIMEZ, non è dimostrabile che i residui fiscali negativi del Sud siano ascrivibili ad un spreco di risorse sottratte al Nord. Invece, è da notare l’integrazione e l’interdipendenza tra le economie del Nord e del Sud. Infatti, a fronte di flussi finanziari pubblici che vanno dalla macro-area settentrionale a quella meridionale, c’è un rapporto inverso in termini di flussi commerciali. Il Sud è il mercato di sbocco privilegiato della produzione del Nord. Quindi il Report vuole sottolineare che l’afflusso di risorse nelle regioni meridionali dà luogo a effetti economici positivi per l’intero Sistema Paese.

RAPPORTO SVIMEZ CONFERMA la Fuga del capitale umano del Sud

Aldilà del ribaltamento di questi luoghi comuni del Sud, il Mezzogiorno d’Italia continua a soffrire del depauperamento del capitale umano. Questo fattore non solo impedisce di incanalare la ripresa su una strada sicura, ma anche a dare l’avvio a un grande ciclo di sviluppo.  Gli studi portati avanti dalla SVIMEZ hanno provato a calcolare anche in termini finanziari la perdita provocata dall’emigrazione forzata del nostro miglior capitale umano. I laureati meridionali emigrati dal 2000 in poi ammontano a circa 200mila unità. Moltiplicando questa cifra per il costo medio di un percorso di istruzione universitaria si è prospettato un danno per la spesa pubblica del Sud che oscillerebbe tra i 30 e i 40 miliardi di euro.

Invertendo queste tendenze e con l’ausilio di politiche economiche adeguate e di alto spessore, come lo sviluppo e l’attuazione delle Zone Economiche Speciali, introdotte con la legge 123/2017, o la capacità che potrebbe rivestire la crescita e l’importanza del “Mediterraneo allargato” per il miglioramento dell’economie della sponda nord e sud del bacino, magari con un forte ruolo dei porti meridionali per l’interscambio di merci tra Europa, Nord Africa e paesi asiatici, si potrebbe mettere a frutto questa significativa ripresa della macro-area meridionale nell’ultimo biennio.

Articolo di Marco Maniaci